MANILLA ROAD: OUT OF THE ABYSS
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24/04/2005Uno dei dischi meno conosciuti della discografia dei 'Road (complice la scarsa reperibilità a cui ora ha posto rimedio la gloriosa Cult Metal Classics con una nuova ristampa), "Out Of The Abyss" è l'ultimo vero grande disco della line up storica, con Randy Foxe e Scott Park a dare degna forma musicale alle visioni di un Mark Shelton ancora ispiratissimo e proiettato verso regni più oscuri che mai: le mitologie di Chtulhu e dei Grandi Antichi, la misteriosa epopea di Jack Lo Squartatore, il mito del Monte Elicona (la sede delle Muse), tematiche orrorifiche ed epiche confluiscono in un disco come sempre "concept ma non troppo", incentrato su queste tematiche oscure e leggendarie ma potentemente ancorato all'heavy metal più irruento e bellicoso. Musicalmente, le sferzate thrash di "Mystification" (alimentate dalla crescente passione di Mark per i Voivod) spadroneggiano come non mai, rendendo questo lavoro uno dei più estremi dell'intera produzione targata Manilla Road: anche il sound incredibilmente secco e preciso (vicino per certi versi alle prime produzioni degli Annihilator) allontana molto la band dal calore e groove sabbathiano di "Open The Gates", perdendo invero un pizzico di quella inconfondibile magia creata dalle roventi chitarre di Mark Shelton. Indubbiamente però lo stile si è evoluto verso lidi più estremi, ma anche puliti esecutivamente parlando, con un rifferama complesso e chirurgico degno del migliore techno/thrash accoppiato però ai consueti momenti di puro epos necromantico a cui i nostri grazie al cielo non hanno mai rinunciato: impressionante in questo senso il lavoro di Randy Foxe, istrionico e trasformista come non mai dietro le pelli, si destreggia tra tupatupa e funebri rallentamenti senza nulla perdere in potenza e naturalezza. Parlando di canzoni, spiccano le cupe atmosfere di "Rites Of Blood", la voce cantilenante di Mark sui tempi sparati di "Slaughterhouse" e "Midnight Meat Train" (in pieno stile "Mystification"), e soprattutto la trilogia sui Grandi Antichi ("Out Of The Abyss"/"Return Of The Old Ones"/"Black Cauldron"), tutti episodi mettono in mostra una band che ha saputo incorporare influenze più moderne in un contesto sempre antichizzante e mitologico, riunendo furia thrash metal, atmosfere epic e cupissime inflessioni doomish per cantare il terrore e la gloria di Chtulhu e Yog-Sothoth, l'ultima battaglia degli Dèi, tematica ripresa in quel piccolo capolavoro che è "War In Heaven", brano molto più old/style, coinvolgente ed epico come pochi. In chiusura i Manilla Road ci deliziano, come di consueto, con uno dei loro impareggiabili incantesimi, quella "Helicon" che con un testo commovente e un'atmosfera a dir poco leggendaria si proietta come ideale ponte tra l'heavy metal e la tradizione classica, dove aedi e bardi muoiono combattendo per difendere la Montagna delle Muse, e per aprire i cancelli della mente alla magia della Musica degli Dèi. La poesia di Shelton è dunque viva e vibrante anche in un contesto estremo e maligno come quello di "Out Of The Abyss", un disco che senza dubbio rimane molto difficile da apprezzare appieno, ma non è per questo inferiore ai capolavori che lo hanno preceduto.
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