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TEXTURES: Genotype

data

07/02/2026
70


Genere: Progressive Metal
Etichetta: Kscope
Distro: Audioglobe
Anno: 2026

Diciamolo subito, così che ci togliamo sia il dente, sia il dolore: 'Genotype' è un disco gradito, ma non necessario. Ed è un peccato, perché i Textures non sono certo una band qualunque. Dopo una lunga pausa e una reunion attesa, 'Genotype' arriva come la seconda metà di un dittico che nelle intenzioni avrebbe dovuto vedere 'Phenotype' e 'Genotype' uscire quasi in tandem, a pochi mesi di distanza. L’idea era chiara: due facce della stessa creatura. Peccato che una delle due abbia decisamente più denti dell’altra. 'Phenotype' era un album affamato, pesante, nervoso, complesso, senza diventare autoreferenziale. 'Genotype', invece, sembra aver passato troppo tempo davanti allo specchio. È più levigato, più controllato, più 'adulto', che nel metal progressivo spesso è un modo elegante per dire meno pericoloso. La produzione è impeccabile, come da manuale moderno: ogni strumento al suo posto, ogni frequenza domata. Ma proprio qui sta il problema. I Textures hanno sempre brillato quando davano l’impressione che tutto potesse deragliare da un momento all’altro. Qui, invece, sembra tutto sotto controllo. Forse troppo. "At the Edge of Winter" è probabilmente il brano più emblematico dell’album. Parte benissimo: riff massiccio, groove schiacciante, costruzione solida. Poi, però, prende una piega che oggi riconosciamo fin troppo bene. Diciamolo senza girarci intorno: un filo di territorio Sleep Token si intravede, e non è un complimento automatico. Il pezzo è eseguito alla perfezione, Charlotte Wessels è impeccabile come sempre, la produzione è di livello altissimo. Ma resta la sensazione che si sia scelto di ammorbidire gli spigoli quando invece sarebbe servita una spinta in più, un po’ di cattiveria, un po’ più di coraggio. Manca quel colpo di reni che trasformi un buon brano in uno memorabile. Altre canzoni come "Nautical Dusk" e "Vanishing Twin" soffrono più o meno dello stesso problema della sopra citata "At The Edge of Winter". Ascoltando più attentamente, penso di aver capito finalmente dove sta il problema; la batteria è meno poliritmica ed il groove leggermente più lento e convenzionale. Quando hai un batterista come Stef Broks, un pioniere del djent (prima di Periphery e Tesseract c'erano i Textures), tecnicamente eccelso, un mostro negli arrangiamenti, lo devi usare; anzichè tarpargli le ali. L'altro problema è Joe Tal, il chitarrista acquistato dopo la perdita di Jochem Jacobs. Nonostante i cambi di line-up, i Textures non hanno perso troppi colpi scegliendo nuovi membri, anche loro molto capaci. Però Joe Tal semplicemente stona con il resto del gruppo, non tecnicamente, per carità, ma sentendo la musica riesco a capire dove lascia l'impronta, ed il suo contributo mi piace di meno, perchè meno percussivo e più incentrato sugli assoli melodici che prima il gruppo non aveva. Il disco non è affatto brutto, sia chiaro. È semplicemente meno pesante, meno abrasivo, meno incisivo. I riff ci sono, la tecnica pure, ma manca quella sensazione di impatto allo stomaco che 'Phenotype' sapeva garantire. 'Genotype' è un album solido, professionale, intelligente. Ma è anche un disco che gioca troppo sul sicuro. I Textures restano una grande band, e proprio per questo ci si aspetta sempre qualcosa in più: rischio, peso, fame. È un ritorno rispettabile, non una caduta. Ma dopo 'Phenotype' ci si aspettava un pugno. Qui arriva una stretta di mano ben educata. E nel metal, dopo quarant’anni di ascolti, le strette di mano le apprezzi, ma non le ricordi.

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