SCORPIONS: Lonesome Crow (2026 Mix)
Spesso rimaniamo aggrappati ad un’idea consolidata da tempo e non la mettiamo più in discussione; nel frattempo è cambiato il nostro modo di percepire, il ricordo si è cristallizzato su coordinate che potrebbero essere ritracciate. Ed è proprio questo il processo che vorrei suscitare con questo remix: non rimanere impassibili su punti fissi ed essere in grado di rielaborare nuove prospettive con situazioni di ascolto inedite, cercando di utilizzare le proprie attuali sorgenti. A mio giudizio è superfluo l’intento della Universal Music GMBH di migliorarne la resa del suono (già buona nell’edizione del 1972), ma è una valida occasione per ricordare le radici del gruppo e la possibilità ancora attuale di risvegliare curiosità e aneddoti sul debutto degli Scorpions (la versione gatefold include un’intervista a Klause Meine & Rudolf Schenker). Il primo contratto discografico con la Brain Records nasceva dal supporto del gruppo alla realizzazione di un film (tema antidroga). Un “certo” John Schlesinger alla ricerca di attori per una determinata pellicola (‘Un uomo da marciapiede’ del 1969, ‘Domenica, maledetta domenica, del 1971, ‘Il Maratoneta’ poco dopo, etc.), vide la giovane band esibirsi ad una festa cittadina, e chiese loro di registrare quelle tracce per un progetto di colonna sonora. L’amico chitarrista tedesco Frank Bornemann (Eloy) suggerì uno studio di Amburgo. Rudolf prenotò e con sorpresa trovò Conny Plank pronto e seduto al mixer (tecnico del suono, mago del Krautrock, un personaggio molto visionario). In pochi giorni, tra nuvole di fumo in sala di registrazione, realizzarono un album non dalle doti Krautrock, ma dalla marcata componente scenografica. Sei giorni per registrare, il settimo per mixare. Klaus Meine lavorava come decoratore e Rudolf Schenker come elettricista; entrambi sognavano di vivere di rock‘n’roll. A differenza di altri gruppi locali avevano deciso di produrre in inglese anche se il loro inglese non era particolarmente buono all’epoca: sognavano una carriera internazionale. Il disco venne pubblicato dalla Brain/Metronome in Germania e contemporaneamente negli Stati Uniti dalla Billingsgate Records (sul retro compariva il numero di telefono del management Rudolf, che non era neanche in grado di rispondere alle numerose chiamate in lingua). Non sapevo che ci fosse questo collegamento con la scena cinematografica, però la mia antennina durante l’ascolto mi ha subito indirizzato all’idea della colonna sonora. E’ stato spontaneo e naturale associare una determinata musica a determinate visioni, dove la sezione ritmica diventava fondamentale, e la musica riusciva a rappresentare situazioni tristi, agitate o scanzonate, con i propri mezzi e senza l’uso di fiati (tipici nel campo), ma solo con stratagemmi di chitarra, l’uso di cori persistenti e di un forte contributo vocale chiamato a sillabare, urlare e riempire lo spazio con il solo uso di vocali viste le asciutte liriche delle composizioni. Strumenti che rendevano immortale il progetto. Tutte le tracce risultano coese fra loro. Non ci sono virtuosismi, ma intuito chitarristico e prodezze vocali interpretative. Se vi stuzzica il jazz, alcune colonne sonore, allora è il momento di mettere da parte il proprio vissuto e riascoltare oggi il debutto degli Scorpions. Paragoni e fasi a parte (con Uli Jon Roth, con Matthias Jabs, l’era pop/rock/ballad, etc), invito chiunque a riscoprirlo per riconoscere quali dettagli oggi potresti apprezzare. Pochi fraseggi cantati. E’ un album che, per un difetto della lingua (non madre), si avvale della composizione musicale per esprimersi. Di conseguenza anche il cantato appare come una dotazione messa in secondo piano, ma l’intensità interpretativa di Klaus la fa sobbalzare in altro strato superiore. Il ritmo da basso e batteria molto jazzata, con cambi di umore, dona peculiarità senza virtuosismi. Le chitarre rappresentano l’accompagnamento (Rudolf Schenker) e l’intuito di un ragazzino di 17 anni (Michael Schenker). “I’m Going Mad” potrebbe essere la chiave o premessa di connessione all’idea di colonna sonora che ho percepito più volte nell’album (seguita da “Leave Me”, da “In Search Of The Peace Of Mind” e dalla bellezza senzatempo di “Inheritance”). L’esempio di Franco Micalizzi con ‘Lo chiamavano Trinità’ e soprattutto il caso delle voci corali di “South American Getaway” del film ‘Buth Cassidy and the Sundancekid’ del 1969 (senza testo solo un ta-ba-da, continuo e arzigolato) hanno agito da “ponti per il mio pensiero”. Cori caraibici e/o western, percussioni vivaci e chitarra grave e oscura aprono il disco. “It All Depends” è solidale alla prima traccia per il gusto percussivo e black: una sorta di “Rat Salad” (BS). “Leave Me” ha un’atmosfera post apocalittica, con il vibrato alla voce (KM si ispirava a Chris Farlowe dei Colosseum), e con trucchi psichedelici di chitarra a ricreare suoni, un tintinnio continuo, come un fischio in sottofondo, realizzato con un semplice plettro: effetto acufene dal suono profetico. “In Search Of The Peace Of Mind” (scritta Michael a 15 anni) ricorda “Remember Tormorrow” (1980, Iron Maiden), dall’arpeggio scanzonato, ma dal cantato molto tormentato. Cruciale il basso di Lothar Heimberg in “Inheritance” e la scansione in sillabe di Klaus. “Action” suona come “Wicked World” (BS) , Klaus gracchia sul finale. Sopravvive un solo corvo nella title track “Lonesome Crow”, caratterizzata da swing e psichedelia alla The Doors, con un singing un po’ troppo strascicante; Michael interviene con la sua sei corde e con bellezza nel suono riporta ordine al clamore. Non vi è nulla di spettacolare, se non l’intuizione di chi ha creduto in loro e nelle loro evoluzioni; un gruppo che è stato in grado di accogliere più tipologie di ascoltatori. 'Lonesome Crow' è un prodotto insolito, ma indispensabile. Il consolidamento del loro stile arriverà più avanti e comunque sarà in continua metamorfosi.
1972/2025 - BRAIN/UNIVERSAL MUSIC GMBH


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