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NHOR: Within The Darkness Between The Starlight

data

16/09/2013
78


Genere: Post Doom Black Metal
Etichetta: Prophecy Production
Distro:
Anno: 2013

Mai fermarsi alle prime impressioni. Bisogna sempre tenere a mente questa regola se non si vuole cadere in errore, e l’errore in questo caso sarebbe stato quello di bollare il nuovo lavoro di Nhor come un semplice post-black metal album dalle grandi potenzialità ancora inespresse. 'Within The Darkness Between The Starlight' è il terzo disco di un artista, i cui tre precedenti cd autoprodotti sono di difficile reperibilità, e non abbiamo dubbi che la Prophecy Prod. si preoccuperà di ristamparli al più presto, nell’attesa che il pubblico possa scoprire lo stile di Nhor. Già lo stile, una parola poco usata di questi tempi, perché se è vero che ormai è difficile fare musica che sfugga a questa o a quella influenza, è anche vero che non tutti mettono la stessa cura in fase compositiva, riuscendo così a far emergere la propria personalità musicale. In questo, Nhor viene aiutato dal fatto di essere inglese. Troppo rischioso parlare di post-black metal con una band scandinava, meglio farlo con chi può arricchire il proprio suono con l’enorme esperienza lasciata da grandi band connazionali, dal quale lui prende con doverosa cura alcune importanti sfumature, come il romanticismo triste e crescente di “The Cry Of Mankind” dei My Dying Bride, o il pessimismo potente dei vecchi Anathema. Queste reminescenze però sono sottili e nascoste con classe nell’intelaiatura black metal di brani come "Patient Hunter, Patient Night" o in "Rohmet Etarnu", la perfetta colonna sonora per la fine del mondo. Non sarà facile carpire subito queste sfumature, bisognerà avere la giusta pazienza all’ascolto. Solo così capirete da dove vengono le visioni post metal citate in apertura. In quasi tutti i brani, un pianoforte di greve stampo gotico, procede lento per diversi minuti, aumentando l’intensità fino a esplodere in riff e urla da brivido, come in "The Temple Of Growth & Glimmer Ascends", dove le note di piano iniziali sembrano suonate dalle dita di Benjamin Ryan, colui che rese celebri le suite di pianoforte dei primi capolavori dei Cradle Of Filth. Se non fosse per i due pezzi che aprono il disco con poche pretese e senza qualche piccola pausa di troppo, ci troveremmo nell’imbarazzo di dover dare un voto enorme a questo disco, ma preferiamo aspettare ancora un po’.

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