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MANILLA ROAD: GATES OF FIRE

data

24/10/2005
90


Genere: Epic Metal
Etichetta: Battle Cry
Anno: 2005

Poche sono, al giorno d'oggi, le bands in grado di mostrare una classe, una coerenza e un'incontestabile validità artistica al pari dei Manilla Road, gli epic metal heroes di Wichita, Kansas, USA, e "Gates Of Fire" (successore del mezzo passo fasso "Spiral Castle" e del poco apprezzato anche se valido "Atlantis Rising") ne è la prova definitiva. Un disco che si preannunciava e si conferma in un certo senso un "ritorno alle origini", dopo due lavori quasi sperimentali, ma che non per questo suona eccessivamente nostalgico o privo di mordente. Senza dubbio parte del merito è da dare alla line up, la migliore dei Manilla dai tempi di "The Courts Of Chaos", con un Hellroadie mai eccessivo dietro al microfono, un incredibile Cory Christner a far rivivere le gesta di Randy Foxe dietro le pelli e un ritrovato Mark Shelton, nuovamente in formissima con il suo inconfondibile timbro nasale e cantilenante. Anche la produzione, grezza e spartana come si conviene, risulta potentissima e micidiale, adatta ad un disco poliedrico ed estremamente pesante, difficile da assimilare come gli episodi più duri della storia dei nostri ("Mystification" e "Out Of The Abyss") ma occasionalmente illuminato da sprazzi di epos tout court direttamente usciti da "Crystal Logic" o "Open The Gates". Che Mark "The Shark" Shelton sia un autentico signore, un uomo di profondità e sensibilità artistica con pochi eguali, non era una novità: ma la scelta di dedicare "Gates Of Fire" alle tre nazioni (ognuna tributata da una trilogia) che più hanno contribuito al ritorno di fiamma sull'altare dei Manilla Road è veramente encomiabile e degna di plauso! Prima ad essere omaggiata è la Germania, con la trilogia più classica del lotto, e indubbiamente quella che promette più danni in sede live: ispirata al racconto di R. E. Howard omonimo, "The Frost Giant's Daughter" sembra un vero tuffo negli anni '80, con l'autentico cavallo di battaglia "Riddle Of Steel" ad aprire le danze e una monumentale "When Giants Fall" che pur essendo l'unico brano realmente prevedibile del disco risulta anche uno dei più convincenti (grazie anche all'incredibile reprise della storica "Flaming Metal System", invero!). E' poi la volta dell'Italia, e credo che ogni epic metal fan del bel paese debba gioire per la monumentalità con cui Mark Shelton ha messo in musica la vicenda di Enea e dell'ascesa dell'Impero Romano: tre brani lunghissimi e pesanti come macigni, pachidermici, talmente intensi da sfiorare il parossismo, con testi degni del Circolo di Mecenate e musiche a dir poco colossali. A chiuder gli occhi, sembra di vedere le legioni in marcia sotto lo stendardo dell'Aquila, e nel cuore rimbomba potente la chiamata del retaggio troiano, della gloria e della luce di Roma, celebrata da un contrasto incredibilmente riuscito tra cupissimi momenti doom e gloriosi sprazzi di purissima, incontaminata epicità. Non poteva mancare un tributo alla terra d'Ellade, autentica terra promessa del rinato metallo epico, già omaggiata a dovere da Holy Martyr e Wotan nel suo episodio più romantico e glorioso: la battaglia delle Termopili, dove Leonida di Sparta fronteggiò con i suoi trecento Uguali l'immensa orda persiana. I Manilla Road hanno qui usato una formula abbastanza simile a quella quasi-doom della trilogia romana, indubbiamente più battagliera e meno onirica, con l'eccezione della conclusiva "Epitaph To The King", semplicemente una delle migliori ballads partorite da Mark Shelton... con tre note autocelebrative in finale che, garantisco, faranno commuovere tutti i die-hard-fans in ascolto: perchè è proprio ai fan dell'epic metal più sinceri e convinti che questo disco è destinato! Epic metal fans che saranno anche un manipolo di sfigati nostalgici incapaci di accettare l'attuale ordine delle cose vigente nel mondo, dei poveri illusi convinti che solo bands lontane anni luce dal clamore del trend e del business possono essere sincere. Fans che più che essere fans sono veri fanatici a senso unico incapaci di rendersi conto dell'"oggettiva validità della musica", magari anche infantili, chiusi nella loro nicchia e privi di qualsivoglia apertura mentale, ma una cosa è fuor di dubbio: finchè esisteranno bands come i Manilla Road, questi fan avranno una valida ragione per proclamare a pieni polmoni la loro fede e il loro amore per un heavy metal puro, incontaminato e fieramente anacrostico, ultimo baluardo dell'antica gloria e definitiva asserzione di libertà in un'epoca corrotta e insignificante. In this world's darkest hour, up the hammers to stay...

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