THE AFGHAN WHIGS: Soft Control
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29/08/2026Il 1981 è l’anno in cui è nato il canale tv MTV negli Stati Uniti (in Italia nel 1997); ed è nel 1993 che compare in una performance dal vivo (nel programma ‘120 Minutes’) il gruppo alternative dell’Ohio The Afghan Whigs con la loro “Debonair”. Nel 1994 suonano dal vivo a Milano allo Zimba (tour ‘Gentlemen’), concerto trasmesso da Rai Radio 2; nella performance li caratterizza un batterista nudo, Steve Earle (sudava sempre troppo). Forse sta proprio in questi due episodi la risposta alla domanda che mi sono posta “perché, nonostante la loro fama, oggi non ne conosco l’esistenza?” Gruppo alternativo: indie, ma definito “anche” grunge. Eppur io ho adorato quest’ultima corrente musicale negli anni ’90. Nessun sliding doors! E’ il 1988, si autoproducono il primo disco ‘Big Top Halloween’: impulsivo, disomogeneo, grezzo, acido, dominato dal caos e spesso, governato dalla “non” comunicazione tra gli strumenti (voce, chitarra, basso e batteria). Peccato, perché non comuni nel modo di scaraventare la loro inquietudine; veloci, punk nello spirito e frenetici nel loro rock & roll. E’ il 1990, l’etichetta di Seattle (Sub Pop) promuove il secondo album ‘Up In It’. I suoni non sono grunge, l’impasto sonoro non è denso, la voce di Greg Dulli è solo urlante, e le tematiche mancano di profondità (sono lacunose nello spirito). E’ il 1992, la stessa label investe nel terzo album ‘Congregation’ (il loro miglior disco). Perdizione, autodistruzione, ma musicalmente riescono finalmente a materializzare il loro torbido con sfumature amare e dolci, con esplosioni ritmiche, vagiti viziosi di chitarra e tensione/controllo/sfogo della vocalità. Si fanno notare: - il riferimento a ‘Jesus Christ Superstar’ con la cover “The Temple” (il leader da bambino era un piccolo chierichetto); - il pensiero contorto (lutto, fine di una relazione: sostegno e rifugio nell’alcol) a Miles Davis nella traccia “Miles Iz Ded”). E’ il 1993, il successo arriva con il quarto album ‘Gentlemen’. Disperazione erotica, una continua ricerca di contatto fisico, dipendenza da sesso (per gestire altro). Migliora la produzione e le sonorità diventano più variegate, ma affini al terzo album. Ma scacciare il demone, di cui racconta lo stesso Dulli, è talmente doloroso che in questo concept lo esorcizza, raccontandolo in tutte le tracce, undici storie di relazioni di coppia, malsane, alienanti, di amanti intrappolati. “My Curse” viene persino cantata da altri (Marcy Mays): Greg ne soffriva troppo l’impatto emotivo. Elaborano una sorta di “musica distorta” che li identifica sempre più come “gruppo controcorrente”. Cercano di alleviare la tensione con la cover di Tyrone Davis “I Keep Coming Back”. Ma non si tesse più sul soul; la disperazione emotiva della canzone originale non fa che rimarcare “quel loro astigmatismo”. E’ il 1996, e il loro quinto album “Black Love” ha una matrice cinematografica noir, si avvale dell’ingresso di tastiera, organo, cello, clavinet. E’ un altro cambio di rotta nella loro evoluzione. Si avvertano similitudini con ‘Saturnalia’ del 2008, composto da Dulli insieme a Mark Lanegan con The Gutter Twins. Menzione per “Honky’s Ladder”. E’ il 1998, sesto album dal titolo numerico ‘1965’. Diventano più pop e più morbidi suonando con trenta musicisti (The Royal Orleans Revue), in un nuovo stile, addolcito dai cori femminili. Ma nel 1999 si sciolgono e si riformano nel 2014. ‘Do To The Best’ è il settimo e primo disco dopo la reunion: da qui tutto cambia ed inizia la fase del controllo. Nel 2017 viene a mancare il chitarrista Dave Rosser (2012-2017), che aveva sostituito lo storico Rick McCollum (1988-2012). La loro musica finisce per sintetizzare tutti i contrasti sonori. La nuova line-up risulta sempre più ignota, prosegue in un processo evolutivo di entità anonima (anonimità). Dal settimo (‘In Spades’, 2017) al nono album (How Do You Burn?’, 2022), descriverne le caratteristiche compositive musicali diventa un’operazione davvero difficile. Provate a filtrare acqua di mare con un colino. Cosa resta? Siamo giunti alla terza fase (2026). ‘Soft Control’ si apre con un suono liquido. “Jungle Roux” scompone il R&B ed il soul e ne rompe le sfumature. E una musica geometrica, programmata da sintetizzatori contemporanei, fedele alla seconda fase della loro rinascita. In “House Of I” una cadenza tribale, tipica del loro sound (“Arabian Height”, 2017), è affidata ad un ritornello onomatopeico sconveniente. Il suono della sirena di una nave come sottofondo in “Duvateen” agisce come manovra e avvertimento dei Whigs; colpisce la voce rauca di Dulli (alla Rod Stewart) e la melodia in crescendo. Si ha la percezione di un effetto megafono, come di un eco di qualcosa che arriva dal passato e si proietta in tutt’altra direzione. E’ la traccia dal segno distintivo di questo album. L’intenzione è di fare pace con il proprio passato, accogliendosi! Semplicità garage rock per “My Lover”, con eco di un revival Dick Dale nel suono delle sei corde; contrappunto al fraseggio vocale (cupo, new wave), e al ritornello dall’apertura mainstrem (“Come See About Me”, 1992). Pianoforte, tromba ed arrangiamenti elettronici per “The Deepest Part Of The Darkest Shadow”. Greg Dulli sussurra, la sua voce diventa flessibile come un sax, sabbiosa (quasi alla Mick Hucknall, Simply Red) ed è sicura nell’atto di emissione: è il risultato di un lungo processo di autoselezione naturale. Il fulcro dell’album (quinta, sesta e settima traccia) pullula di atmosfera gotica americana. Ottoni per “Mariah Luster” e armonica ad arricchire “Memphis, Texas”. Si prosegue con un ritorno al periodo pop del sesto album con “77”. “A Simulation” con pianoforte, voce e orchestrazioni trasferisce un senso di pace raggiunto. Probabilmente, se li avessi conosciuti e apprezzati prima, il “mio senso di attaccamento” avrebbe valutato più positivamente questo prodotto. In fondo cosa c’è di più autentico di conoscere un’entità in tutte le sue sfaccettature?


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