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STEVEN WILSON: The Future Bites

data

16/04/2021
70


Genere: Rock
Etichetta: Caroline International
Distro:
Anno: 2021

'The Future Bites' è il sesto lavoro solista dell’artista britannico Steven Wilson. Abbiamo aspettato dal 2017 il suo ritorno. Facciamo un passo indietro per ricordare dove eravamo e capire dove siamo giunti. Con ‘To The Bone’ l'artista ci aveva trasportato in un viaggio tipico del suo calibro, anticipandoci un cambio rotta verso un sound che si discosta da strumentalismi lunghi ed introspettivi. A dispetto delle prime critiche è arrivato in terza posizione per le vendite in UK, ha fatto 3 sold-out alla Royal Albert Hall. Eravamo lì fino ad oggi. Come lo ha definito l’artista: "è una visione desolante di una distopia in avvicinamento". Con i suoi nove brani affrontiamo un viaggio esplorativo nell’evoluzione del cervello umano nell’era di Internet, in un mondo in cui la rete sociale manipolatrice e quella della vendita al dettaglio portano il genere umano alla perdita dell’individualità. Con il disco l’artista denuncia l’ormai inevitabile vivere in funzione dei social e della tecnologia fino a perdere la propria identità. L’uscita dell’album era prevista per il 12 giugno 2020, annunciata dall’uscita del primo singolo "Personal Shopper" a marzo. Ma per la pandemia che ci ha colpiti, Steven ha posticipato l’uscita a quest’anno e cancellato il relativo tour previsto per lo scorso autunno. Lo scorso settembre ricomincia la campagna promozionale per poi, il 29 gennaio 2021, avere la pubblicazione dell’album. Cambia la forma, si trasforma, ma la sostanza è la stessa: il sociologo che è in lui continua a renderci partecipi di momenti di critica per quello che la società sta diventando, per quello che noi tutti stiamo diventando. Ascoltato l’album ho avuto una sensazione ben precisa, come quando aspetti Natale, lo immagini innevato, freddo e caldo di emozioni, ma c'è il sole e le temperature sono quasi primaverili. Ecco, metafora per descrivere il primo approccio a 'The Future Bites'. Tornando al Natale primaverile, ti delude, ma poi diventa piacevole. Tralasciando le atmosfere natalizie, anche perché è da poco passata Pasqua, musicalmente parlando, l’album conferma la transizione accennata con ‘To The Bone’ dove l'artista comincia a distanziarsi dal progressive e da intensi momenti strumentali, estesi assoli che hanno sempre caratterizzato i suoi lavori. Possiamo considerare la produzione dell’album l’unica costante del percorso camaleontico dell’artista. E' come sempre impeccabile, caratterizzata da un’attentissima cura per i suoni che appaiono molto cristallini e lavorati nei minimi dettagli in modo direi maniacale. Produzione a parte siamo di fronte a un album che spiazza: é immediato e ci porta a lidi musicali inaspettati e questo, ad un primo ascolto, ci disorienta. Da Steven ci si aspetta - o ormai ci si aspettava – una musica che è una scoperta ad ogni ascolto, che lascia un alone nell’anima, mentre ‘The Future Bites’ ci proietta immediatamente in un'atmosfera elettro-pop-dance, senza se e senza ma: è tutto lì, pronto per essere ascoltato. La breve intro, quasi spettale, con la voce che progressivamente prende la scena, introduce qualcosa che non ritroviamo nell’album. Dopo un minuto siamo in un’altra dimensione, quella che vivremo per l’intero album: le chitarre hanno lasciato il posto ad elettronica e synth, ad atmosfere dance e elettro pop. Dobbiamo arrivare a "Personal Shopper" per intravedere uno Steven Wilson che strizza l'occhio al sé stesso di qualche tempo fa: ritorna un sound che ha sicuramente caratterizzato la sua prima fase artistica e scopriamo che non è poi cosí distante dalla sua nuova direzione elettronica. Particolarmente piacevole è l’ascolto di "Man Of the People" con una leggera nuance pinkfloydiana che all'artista piace tanto e che emerge in ogni suo lavoro: omaggio alla band che sicuramente lo ha ispirato di piú in assoluto. ‘The Future Bites’ è la conferma che l’artista non si ripete mai. Mai un suo lavoro è stato possibile concepirlo come approfondimento di uno precedente come invece accade spesso con la maggioranza degli artisti. Da un primo ascolto passiamo con sorpresa ad ascolti successivi che lasciano il segno, forse era proprio questa l'intenzione? Un lavoro apparentemente mainstream che piano piano rivela il suo carattere: è un concept album, diverso, ma pur sempre un concept album creato da un artista unico e privo di generi. Mai fu più errata la prima impressione. Cominci a farti un'idea, riascolti l'album, e poi ancora e, devi riconsiderare tutto. La cosa che mi ha colpita di più è lo spaziare nella mia testa verso altri artisti che mai avrei immaginato di pensare ascoltando Steven: ho pensato a Lenny Kravitz, qualche pensiero ha sforato verso Adams, e sono arrivata agli Almamegretta. Ancora sono sconvolta. Ti ritrovi ad ascoltare una musica che diventa subito familiare, canticchi mentre lavori o passeggi col cane in questi giorni primaverili. E’ questo il successo di un album. E’ questa la qualità di un prodotto di un artista che cambia rimanendo sè stesso.

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