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FM: Old Habits Die Hard

data

11/05/2024
71


Genere: Rock
Etichetta: Frontiers Music
Distro:
Anno: 2024

Sono passati 40 anni da quando Steve Overland, insieme al fratello Chris, Pete Jupp e Merv Goldsworthy si sono uniti per formare il primo nucleo degli FM, band resistente ad oggi salvo una parentesi durata circa una decade a cavallo del millennio, e che ha visto pochi cambi di line-up da quel 1984; nota a parte per Chris Overland, chitarrista talentuoso che decise di abbandonare agli inizi del 1990 il business (dedicandosi all’insegnamento strumentale), e recentemente scomparso (RIP). Prima di analizzare queste “vecchie e piacevoli abitudini”, permettetemi un breve ma dovuto sproloquio su the voice Steve. Autore anche dal vivo di prove sempre ben al di sopra di una semplice sufficienza; la carriera è costellata da dischi in studio, solisti e non, in svariati progetti che lo hanno visto riabbracciare le sonorità AOR da cui era partito (Groundbreaker su tutti), modernizzare la propria ricerca melodica (buona parte dei dischi solisti a nome Overland) od osare su sonorità più heavy (Kings of Mercia) , ciascuno a mio sindacabile giudizio estremamente valido. Con i compagni di una vita, dal proprio comeback ‘Metropolis’(2010) ha deciso di orientare la bussola del FM sound verso un rock più maturo, discostandosi dalle soluzioni scintillanti degli esordi, percorrendo sentieri stilistici più bluesy e sobri. In ‘Old Habits Die Hard’, ripercorrendo le ultime uscite discografiche, troveremo arrangiamenti semplici ed ottimamente prodotti, dove l’hammond cura i contorni, la sezione ritmica rimane elegante, e le chitarre mai eccentriche od eccessivamente distorte. L’insieme suona raffinato e senza tempo, elevato per mano di un singer molto, molto al di sopra della media. Saranno le sue linee vocali a spostare la bussola del livello di ciascuna composizione tra il sufficiente e il buono. Trovo nella fase centrale i pezzi più emozionali ed evocativi; “Lost”, mid tempo suggestivo, la classe pop della semiballad “Whatever It Takes”,  il cupo blues di “Black Water” o la diretta e moderna “Another Day in My World” sapranno essere ottime compagne di viaggio. Un lavoro piacevole, spontaneo, a tratti semplice ma credibile. Un filo di ridondanza è percepibile, ma non fastidiosa. Con un punto in più per la copertina semplicemente Noir.

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