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OPETH: DAMNATION

data

03/05/2003
85


Genere: Prog Dark
Etichetta: Music For Nations
Anno: 2003

Cosa è successo? L'acquisto di questo disco da parte degli affezionati di un certo death metal evoluto porterà sicuramente con sè questa domanda! Cosa è, quindi, successo...da tempo si sapeva che il 2002/2003 avrebbe portato nelle nostre case una doppia release da parte della band svedese degli Opeth; due rilasci a distanza di qualche mese. Alla fine dello scorso anno era uscito "Deliverance" che aveva portato un certo cambiamento nello stile della originalissima band in questione e fatto storcere più di un naso. Sicuramente con "Damnation" quel naso starà facendo i tripli salti mortali carpiati. E' successo che gli Opeth si presentano al loro pubblico con un disco che di death metal non ha NIENTE!! Non provate ad avvicinarvi a questo disco se pensate di udire i growl, le chitarrone e tutti quegli elementi che caratterizzano il genere sopra menzionato. Non sto parlando di un'ulteriore personalizzazione del sound già particolare dei classici degli Opeth, dico che questa è un'altra band. Anzi no...si sente che sono gli Opeth, quelli malinconici dei break tranquilli, quelli che ci fanno sognare nell'irruenza del loro death metal, con inserti intimisti e puliti, quelli dei suoni intarsiati nella violenza, quelli delle voci pulite e tristemente evocative. Insomma prendete "Harvest" presente sul mitico "BlackWater Park" e da lì partite per questo lungo viaggio nell'intimismo, nella malinconia, nella triste visione cupa di una vita la cui colonna sonora non può che essere questa. Mi rendo conto che chi da sempre ha deciso di ascoltare gli Opeth, potrà apprezzare questa gemma di disco in una discografia in cui tale opera non stona affatto. L'ascoltatore degli Opeth è evoluto, pregiato, di larghe vedute e non fossilizzato su sonorità death tutte uguali fini a se stesse. Prima ancora di recensire questo disco, vorrei rispondere a tutte quelle stroncature che ha raccattato sino ad ora ed alle critiche che sono piovute sulla band, ma la cosa migliore è lasciar perdere e far in modo che parli io di "Damnation"... L'inizio è dei migliori con un brano lungo ed articolato dove i cambi di tempo sono frequenti e tutti gli strumenti descrivono un paesaggio triste e desolato. Si capisce già da subito la grande qualità dei musicisti e la capacità di andare a scavare negli occhi dell'essere umano per giungere sino alle pieghe più recondite della sua anima. Ascoltando le varie canzoni del disco si ripensa immediatamente alla scuola prog classica (se così vogliamo definirla!) e sempre alla mente vengono i Pink Floyd più "seri" ed il gusto dei Porcupine Tree...ma non poteva essere diversamente visto che prorpio il leader di quest'ultima band, Steven Wilson, ha collaborato con gli Opeth nella realizzazione di questo album, realizzando anche la produzione e l'engineering. Sinceramente alla mia di mente son venute a prospettarsi anche ombre degli America, quelli più pacati e meno allegroni (non prendetemi per pazzo vi prego!) oltre a rivedere costantemente davanti agli occhi scene del famoso telefilm dei '70s "M.A.S.H." (ricordate?!). Le (poche) canzoni di "Damnation" si susseguono come a tracciare un preciso percorso musicale, come una storia che racconta dall'inizio alla fine un viaggio nei sentimenti più personali e segreti. Musicalmente si arriva a respirare un clima sincopato e ossessivo, ma sempre ci sono aperture ariose e da brivido. La melodia la fa spesso da padrona e i tappeti sonori sono qualcosa di bellissimo nella loro discrezione e costanza. Anche la ricerca che da sempre ha caratterizzato i lavori della band nord europea è molto presente nel disco; l'uso di voci filtrate e di suoni arabeggianti sono esempi di tale continua evoluzione (anche se dubito sulla spontaneità di certe scelte con S. Wilson nei paraggi!). Da segnalare, poi, brani un pò più accessibili come la stupenda "In my time of need" con le sue aperture di melodica drammaticità, e come la soffice e delicata "Hope leaves" con cori e fondale bellissimi. Degni di nota anche il bel piano cadenzato di "To rid the disease" e la strumentale "Ending credits" (la chitarra ricorda tanto alcune cose intimiste del George Lynch solista). L'unico vero dispiacere lo riserva il brano finale ("Weakness"), abbastanza noioso: un tentativo non riuscito di chiudere in modo molto intimista. Personalmente avrei voluto trovare più canzoni sul disco, ma stando a quanto dice la band, "Damnation" è un disco fatto di pezzi scritti insieme a quelli di "Deliverance", da quest'ultimo estromessi e raccolti in un disco a parte. Scarti? Se tutti gli scarti fossero così...!

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