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OPETH: In Cauda Venenum

data

27/11/2019
75


Genere: Progressive Rock, Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Distro:
Anno: 2019

Si mormora che Akerfeldt e soci volessero prendersi una meritata pausa dopo la pubblicazione nel 2018 di 'Garden of the Titans: Live at Red Rocks Amphitheater', prima di cimentarsi nell'ennesima impresa titanica quali a mio avviso sono sempre i loro lavori a prescindere dal gusto musicale che resta ovviamente soggettivo. Premessa: 'In Cauda Venenum' è un album decisamente molto complesso da ascoltare, e credo lo sia anche per i fan più accaniti. Pubblicato in due lingue diverse, svedese (la loro lingua madre) ed inglese, è sicuramente un dei loro lavori più catartici, soffusi, poliedrici, melanconici e melodici che abbiano mai registrato. Avevamo già avuto modo di ascoltare Akerfeldt cantare in svedese nel 2008 quando reinterpretò per 'Watershed' il brano "Den Standiga Resan” della cantante svedese Marie Fredriksson, ed onestamente a me piacque molto. La copertina come sempre interpreta il ruolo di "rebus", ed è curata da Travis Smith (il quale fa capolino alla copertina del disco di un "certo" King Diamond): artwork sempre molto introspettivo, curato nei dettagli e con dovizia in egual modo alla loro musica. Si, la musica: stiamo ascoltando esattamente quello che una band come gli Opeth sa fare al meglio, ovvero della sana e poliedrica musica progressiva in cui troviamo la voce di Mikael molto più pulita del solito, cosi come gli strumenti che tendono a non prevaricare, perfettamente armoniosi ed in linea gli uni con gli altri. Esempi pratici potrebbero essere il singolo "Dignity", un brano assai malinconico; la tenebrosa "Charlatan" in cui sono le linee del basso ad impreziosirlo e renderlo importante; la ballad "Lovelorn Crime" che rimanda a sonorità più propriamente rock, mentre "Heart In Hand" ricorda inevitabilmente il riff-rama dei Black Sabbath. Si fondono poi in maniera comcreta anche l'eleganza e la raffinatezza, intermezzando sonorità più spiccate e concitate a quelle più oscure e pacate ove troviamo sopprattutto un'ottima linea di archi e chitarre acustiche. Nell'insieme, quindi, un album pragmatico, piacevole all'ascolto, un "ritorno" decisamente interessante da ascoltare prendendosi del tempo, rilassandosi, analizzando la modulazione della voce di Mikael e facendosi stimolare dalle struttre dei pezzi. Non proprio immediato, ma da analizzare a fondo.

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