CHRISTOPHER GORDON: Macbeth
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31/10/2026Otto tracce dalla progressiva disumanizzazione. Dalla partitura scritta e composta per il balletto dell’opera di William Shakespeare ‘Macbeth’ è stata estrapolata questa suite, e realizzato un album che potrebbe essere definito una rock-opera (della durata di cinquanta minuti), con un tema sempre attuale: la smania di potere dalle conseguenze irreparabili. Immaginate otto movimenti, progressive-rock, jazz, orchestrali, cinematografici. Immaginateli senza la visione di ballerini, senza la visione di scenografie, senza l’ascolto di dialoghi (solo cori), dove solo l’architettura di Christopher Gordon ne organizza gli spazi musicali, e punta a costruirne solidità strutturale nella sua drammaturgia cercando di veicolare un organico numeroso di musicisti a rappresentare la discesa psicologica del protagonista Macbeth (personaggio immaginario ispirato al vero re di Scozia), e a dare voce alla sua follia accecante e al senso di colpa suo e della moglie Lady. Opera lirica già interpretata da Giuseppe Verdi nel 1847, e poi revisionata nel 1865 di cui non racconterò la trama. Ma per facilitarmi l’ascolto ho rintracciato tutti gli Atti e le Scene scelte: ogni titolo è una citazione del testo dell’opera tragica. ‘’The Battle Lost And Won” (Act I, Scene I) suona come una profezia che si autoadempie, anche senza fondamento si autoalimenta con un preludio chitarristico. “This Night’s Great Business” (Act I, Scene V) utilizza un fluido e vigoroso jazz per imbastire preparativi immorali, misto ad orchestrazioni funeree. Velocità bebop, lentezza e poi ancora intrepida velocità: che schianto! Frivoli archi, lunatici, adagiati sulle meditazioni di coscienza di Macbeth in “If It Were Done” (Act I, Scene VII). Fumata nera chitarristica dal clamore doom ed interplay jazzista per “Night’s Black Agents” (Act III, Scene II). “The Banquet” (Act III, Scene IV) è intensa come nella tragedia letteraria e assume la forma di un incastro perfetto tra atmosfere cinematografiche alla Charlie’s Angels, action jazz-funk orchestrale anni ’70 (Allyn Ferguson e Jack Elliott), miste al jazz-rock, alla fusion, a cori gregoriani. Cerimonialità pubblica, crollo delle percezioni ed un forte distaccamento dalla realtà gravitano intorno a questi dieci minuti sonori dall’equilibrio perfetto. Macbeth è ormai diventato re di Scozia, e durante un banchetto rimane sconvolto per la visione dell’uomo (Banquo) che ha fatto assassinare per diventare re (spettro che vede solo lui). Ritmo del basso ed oscillazione vibrate della sezione archi, dall’effetto prurito, per “Something Wicked This Way” Comes (Act IV, Scene I). In “Out Damned Spot” (Act V, Scene I) potresti ritrovarti intrappolato nei “tuoi” pensieri immorali! Schiaffo chitarristico per il finale con “Tomorrow And Tomorrow And Tomorrow” (Act V, Scene V) e voce narrante cavernicola e distorta. Ma, ahimè, non ho percepito il senso di colpa del protagonista alla notizia del suicidio della moglie (aveva pianificato l’omicidio del Re Duncan). La quinta traccia (il banchetto) fa da crinale nell’opera; la seconda parte dell’album è più incentrata sulla resa classica del balletto e sfuma dettagli rock che la riportano al suo spirito originario. Progetto ambizioso.


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