MESSA
La pubblicazione del nuovo lavoro dei doomsters Messa ha generato grande curiosità e se n’è fatto un gran parlare sin da prima della sua uscita. Il risultato è andato ben oltre le più rosee aspettative, con una notevole evoluzione del sound e del songwriting, oltre al passaggio ad una label di primo piano nel panorama metal mondiale. Ne abbiamo approfittato per fare alcune domande alla band in occasione del recente concerto di Roma con Marco (chitarra/basso) e Alberto (chitarra).
Com’è possibile assimilare e trasporre in un unico lavoro così tante influenze: jazz, doom, progressive, metal, rock, elettronica e new wave/dark (questa una new entry nel vostro sound sembra stia diventando una costante nel panorama metal, tanto che diverse realtà la stanno facendo propria, vedasi Ulcerate). Volete far scomparire i mostri sacri del rock degli ultimi 50 anni? Alberto: [risate, ndr]. Non so dirti come si fa, ma posso dirti come lo facciamo noi; rispecchia chi siamo, quattro persone diverse, ognuno con delle influenze differenti dagli altri e cerchiamo di trovare un terreno comune per portare qualcosa di personale che possa servire alla canzone e testimoniare l’esperienza singola di ognuno, oltre a quella collettiva della band.
Rispetto al passato doom, come avete inglobato le influenze dark/wave dei Killing Joke degli album 'Eighties' e 'Brighter Than A Thousand Sun? Marco: infatti 'Eighties' è stato uno dei dischi di riferimento; ci siamo detti: cerchiamo di suonare, arrangiare e produrre non spaziando così tanto, ma prendiamo delle referenze molto precise tralasciando l’ego e l’individualismo fuori dalla sala prove, mettendoci molta pazienza, dedizione, mescolando più generi e cercando di avere un risultato che suoni coerente ed ampio. Considerando che veniamo da esperienze diverse (Alberto aveva una band prog/funk/stoner, io avevo i The Sade che suonavano roba a la Danzig, Rocco suonava black metal, Sara suonava il basso in una band grind, i Restos Humanos), attraverso i cinque dischi che abbiamo pubblicato abbiamo avuto una progressione: il primo disco era una novità, un esperimento; il secondo era dark/jazz e prendeva come riferimento i Bohren and Der Club Of Gore, il terzo 'Close' ha avuto tutto un altro lavoro di arrangiamento, abbiamo utilizzato alcuni strumenti piuttosto che altri ed i Dead Can Dance come influenza sonora ed intellettuale. Bene o male la logica è più o meno la stessa, ma cerchiamo di dargli un colore diverso.
State facendo incetta di etichette discografiche, dalla Aural a Svart Records fino ad approdare alla storica Metal Blade; come siete finiti alla label americana? Marco, Alberto: ci contattarono prima che il disco fosse pronto, ci hanno persuasi, sedotti e sono venuti a vederci dal vivo sia in Germania, sia a Los Angeles. A dimostrazione del loro interessamento, ce li siamo ritrovati al banchetto mentre vendevamo il merchandising (tutto ciò nonostante avessimo ricevuto offerte da altre etichette).
Con il passare degli album, e soprattutto con il nuovo ‘The Spin’, la sensazione è che voi siate riusciti a far esaltare in egual misura le qualità e le doti di ciascuno per la propria parte, senza che qualcuno primeggi in maniera importante rispetto agli altri. Come riuscite a mantenere questo equilibrio? Marco, Alberto: in verità in questo disco risaltano di più Alberto (chitarra) e Sara (voce) i due lead; le chitarre sono più in prima linea a livello di mix ma abbiam voluto mettere in evidenza batteria e voce come si faceva negli anni 80 rispetto ai dischi precedenti, nei quali nella voce c’era molto riverbero. Mi piace prendere in prestito una citazione di Brian May: lui diceva che le parti soliste sono quelle che danno il cambio alla voce quando questa esce per un momento dalla scena.
L'Uroboro nella copertina del disco fa riferimento a un cerchio che si chiude. È qualcosa inerente il percorso artistico della band o qualcosa di più profondo? Marco: è un simbolo che rispecchia una serie di ingredienti che racconta un pò tutte le vicissitudini che abbiamo passato negli ultimi tre anni in strada, è molto inclusivo, inflazionato, universale ed inattaccabile, ci piaceva molto e si presta a più chiavi di lettura anche se cerchi di farlo tuo. L’artista che l’ha creato, Nico Ascellari, l’ha arrangiato in modo bizzarro rispetto a quelli classici, l’ha fatto di marmo nero ed è circondato da un copertone.
Tante varietà di sound nel vostro credo musicale, e allo stesso tempo creare un proprio stile distintivo che negli anni è andato radicandosi. Come si svolge il vostro lavoro di ricerca musicale che serve per creare le strutture che si inseriscono in quest’album? Marco: [risate, ndr]. Scusi prof. può ripetere? Non sappiamo bene ancora cosa significhi per noi avere uno stile distintivo. Ti racconto questo aneddoto, siamo spesso in contatto con i Ponte Del Diavolo. Infatti, settimana prossima suoneremo anche assieme a Torino. Sarà il loro release party e in questi giorni abbiamo ricevuto una foto del loro disco dove c’era un adesivo che riporta: For fans of...Sinceramente, non so bene come prendere questa cosa dell’essere inseriti in un’etichetta "for fans of…". Da un lato ci fa piacere, dall’altro ci lascia un po’ perplessi perchè sembra qualcosa di già definito, quasi concluso, mentre noi sentiamo di essere ancora in movimento, in trasformazione.

Il brano “At Races” sia nel video, sia nel testo sembra avere molto a che fare con i tempi frenetici e giudicanti in cui viviamo oggi. Secondo voi esiste un rimedio a tutto questo? Marco, Alberto: creare un orto ed isolarsi, ma sarebbe una toppa che può funzionare solo per un pò; è una di quelle domande alle quali questa settimana ti risponderei in un modo perché vedo tutto nero, la prossima avrei un’altra risposta.
Un’altra vostra caratteristica, già presente durante la stesura del precedente ‘Close’, è quella di trarre ispirazione dalle vostre esperienze di viaggio all’estero. Come approcciate i luoghi che incontrate per cercare di cogliere quell’essenza che può dare la svolta ai vostri brani? Alberto: 'Close' in realtà più che essere un esperienza diretta è un viaggio immaginario, si arrivava da due anni di lockdown dove tutti i colleghi cercavamo di comporre i dischi passandosi le tracce via internet, noi abbiamo aspettato quanto più possibile posticipando le sessioni di registrazione per cercare di ritrovarci tutti insieme in studio. Siamo stati in Grecia a suonare ed abbiamo comprato il bouzuki che ci è servito per dare un tocco più etnico a 'Close' nella dimensione live, quindi si sono importanti i luoghi che visitiamo.
Qual è stato il momento di svolta in cui avete pensato che fosse il momento giusto di ritagliarvi un vostro posto nel panorama internazionale, di cui ora fate parte stabilmente? Alberto: lo decidi quando devi lasciare il posto fisso e lo stipendio sicuro e devi dare il 100% mettendoti in gioco. Non è una scelta facile perché nel fare una tournee di 20 giorni puoi tornare a casa con i soldi con cui eri partito se va bene, puoi guadagnarci qualcosina se va benissimo o puoi perderci se va di merda. Magari riesci a fare due tour durante l’anno e suoni regolarmente nei weekend, ma non ti puoi permettere di avere il doppio lavoro; quindi se abbiamo fatto questa scelta è perché ci abbiamo creduto, senza presunzione perché non veniamo da famiglie benestanti.
Cosa vi ha dato la vostra terra di origine in fatto di crescita musicale e culturale? Marco, Alberto: C’è un minimo di scena indipendente nel veneto, ma sempre meno spazi dove suonare rispetto ad anni fa e rispetto ad altre regioni, abbiamo qualche centro sociale e store di strumenti dove incontrare altri musicisti con cui viaggiare e condividere i palchi. Vivere in Veneto crediamo sia un po' come vivere in una grossa metropoli, tipo Londra. Ci vuole un’ora d’auto o di mezzi per raggiungere qualsiasi cosa.
Nella traccia “The Dress” traspare l’amore per i Bohren & Der Club Of Gore, avete mai pensato di fare un tour con loro? Alberto: no, ma siamo andati a vederli dal vivo diverse volte. Crediamo sia un difficile accostamento per un tour, perché se andassi a vederli, non avrei voglia di assistere ad un’altra band che fa del rock, preferisco che ad accompagnarli sia qualcuno di più atmosferico
Ultima domanda. Qual è stata la reazione del pubblico europeo al tour promozionale che è seguito alla pubblicazione del disco, tipo all’Hellfest? Vuoi raccontarci qualche aneddoto? Alberto: un vero e proprio tour non l’abbiamo fatto. Siamo stati di supporto ai Paradise Lost, una band più grossa, con il fine di farci conoscere da un pubblico diverso; ci è capitato di suonare svariate volte di fronte a 1000 persone di cui 100 ci conoscevano e 900 no. Con queste prime date italiane stiamo vedendo i frutti del nostro lavoro. L’Hellfest è un po' una giostra, la Disneyland del rock, abbiamo avuto modo di vedere band fighe tipo i Bathory, Kylesa ed Alice In Chains, tra le altre.
Grazie per il tempo che ci avete dedicato.

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