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STARSICK SYSTEM

Ogni persona nella propria vita compie dei percorsi ed affronta delle storie che man mano si sviluppano e prendono forma concreta. Talvolta queste storie hanno un lieto fine, altre volte meno. Ma il punto comune e fondamentale è che l'obiettivo che si pone deve essere sempre positivo, per sé e per gli altri, e che si affronti il percorso con caparbia determinazione e passione. Questi racconti sono descritti all'interno di 'Lies, Hopes & Other Stories', il nuovo album dei friuliani Starsick System, i quali dopo l'ottimo riscontro avuto con il debutto 'Daydreamin', sono pronti a confermare sui palchi e nelle nostre umili orecchie che possono continuare a fare la voce grossa. Nelle immediate vicinanze della pubblicazione dell'album, abbiamo incontrato la band per una piacevole chiacchierata avuta subito dopo essersi esibiti al Legend Club di Milano, e che dimostra che i ragazzi, oltre ad essere degli ottimi musicisti, sono anche delle ottime persone con cui poter condividere momenti importanti.

Ciao ragazzi, e bentornati su Hardsounds.it. Vi state incamminando verso la pubblicazione del seguito di ‘Daydreamin’. Come avete trascorso il periodo che è andato dalla pubblicazione del vostro esordio, proseguendo poi per tutta la promozione attraverso le vostre date dal vivo, e che sensazioni principali avete ricevuto? Valeria Battain:  Principalmente abbiamo passato l’ultimo anno e mezzo suonando live, dappertutto ed in tutta Italia. Abbiamo fatto un paio di date all’estero di spalla a Chris Holmes (una in Svizzera ed una al confine con la Slovenia), e poi abbiamo fatto il live con i Black Label Society, il live con i Lacuna Coil, e poi ovviamente abbiamo fatto il tour di supporto al disco in molti locali italiani. Quindi abbiamo trascorso il tempo suonando, e tutto questo ci ha dato una mano a fare, oltre che unione di band, anche unione di sound e capire poi la direzione da prendere per il secondo disco ovviamente suonando molto insieme.

Marco Sandron: L’accoglienza di ‘Daydreamin’ è stata sicuramente positiva. Ti dirò che, delle volte, siamo stati anche un po’ spiazzati perché eravamo abituati a delle situazioni in cui assistevamo ad avere davanti gente ferma come dei cartonati, e invece c’è stato un feedback positivo che si vedeva già durante lo svolgimento dei live. C’era un buon vibe, perché probabilmente i pezzi hanno qualcosa che arriva prima rispetto ad altre cose che abbiamo fatto precedentemente anche con altri progetti con altre esperienze. Questa, secondo me, per adesso è l’esperienza più positiva per quanto riguarda il feedback ricevuto, rimanendo comunque sempre nella nostra dimensione.

V.B.: In generale sarà anche un po’ lo spirito ribelle, ci riesce sempre abbastanza facile creare un buon feeling con la gente. Quindi è un mix tra i pezzi che presentiamo, che magari è vero che hanno un’attitudine sia moderna che anche un po’ metal, ma hanno tutti una vibrazione rock. E noi abbiamo una presenza abbastanza rock sul palco, e questo ci permette di dare alla gente uno spirito di festa. È sicuramente quella cosa che ci dà un surplus di energia.

Diciamo che siete una band molto propositiva sul palco…M.S.: Sì, diciamo che ciò che traspare è la coesione che c’è tra di noi. Oltre ad essere una band, siamo della gente che si fa vedere spesso al di fuori di quello che è l’aspetto della band. Abbiamo un’interazione che è un tutt’uno con quello che facciamo fuori.

E questo secondo me è essenziale soprattutto quando si ha a che fare con il mondo underground rock. Se non c’è interazione fuori dal palco, o fuori dallo studio di registrazione, non avrete mai feedback positivi come avete voi o anche altre band, magari più conosciute di voi. Avete lasciato Bakerteam Records per accordarvi con la Pride & Joy. Con questo accordo volete dimostrare di avere maggior impatto oltre i confini nazionali, più di quello che già avete? V.B.: Diciamo di sì. La scelta di andare verso l’estero è stata una scelta che abbiamo preso in realtà già a metà del percorso di ‘Daydreamin’. Abbiamo capito che aldilà di tutto il genere che proponiamo, per quanto in Italia vada bene, in realtà è un genere che forse si attesta meglio in Europa, piuttosto che nel resto del mondo. Il nostro genere in Italia è percepito un po’ meno rispetto ai classici generi che qui vanno per la maggiore. Per cui abbiamo deciso di avere un approccio un po’ più internazionale, e sicuramente avere un’etichetta estera ci dava la possibilità di avvicinarci maggiormente ad alcuni paesi come la Germania o l’Inghilterra per esempio, con cui stiamo iniziando ad instaurare dei rapporti in previsione di eventuali live futuri, e che magari un’etichetta puramente italiana, emergente e molto piccola e comunque in crescita, magari poteva non darci. Quindi sicuramente avere una label straniera ci sta aiutando, perché loro, aldilà che noi abbiamo un ufficio stampa italiano, abbiamo anche loro che sono team stampa e promozione sull’Europa, e questo ci aiuta a farci conoscere un po’ di più.

I vostri contatti sono costanti con l’etichetta, o vi sentite solo una volta ogni tanto? V.B.: Io e Brigitte, che è la proprietaria dell’etichetta, ci sentiamo tutti i giorni, più volte al giorno.

E’ una rompiballe allora… (in tono scherzoso) V.B.: No no! È simpaticissima!

David Donati: Essendo che noi siamo una band di persone molto fraterne, dato che stiamo assieme da molti anni, per noi il rapporto viene prima di tutto. A volte magari, e ne parlavamo anche oggi, ci fa anche un po’ specie avere un rapporto talmente diretto, ma senza magari scazzarci mai, o incazzarci mai, o robe del genere. Ma è importante avere il rapporto sia tra band, che con la stessa label, con la stessa agenzia che ti promuove.

V.B.: In questo caso, sia con Pride & Joy, che con Bagana, abbiamo trovato un ottimo equilibrio e stiamo lavorando bene.

M.S.: Siamo rimasti sorpresi in maniera veramente molto positiva dall’approccio che ha questa label, hanno un entusiasmo che ti invoglia a fare bene. E non eravamo abituati con altre esperienze che abbiamo avuto io e Ivan (il batterista, ndr), perché suoniamo insieme da vent’anni in vari progetti, e non abbiamo mai avuto questo coinvolgimento, questo feedback con l’etichetta. Quindi è una cosa che ci ha lasciato piacevolmente sorpresi, ed è una cosa su cui puntiamo per fare un percorso di crescita futura, ed è una cosa che speriamo ci indirizzi verso una crescita proporzionata, nella speranza che sia la strada giusta da percorrere.

Il nuovo album si intitola ‘Lies, Hopes & Other Stories’. Nei vostri testi e nel vostro modo di comporre musica, cosa per voi sembra prevalere maggiormente? Le bugie e le falsità, le speranze e l’ottimismo, oppure altri argomenti che esulano da quelli appena menzionati? M.S.: Risponde Valeria, visto che è lei che scrive i testi, anche se le idee sono un po’ di tutti, ma lei è la spugna che raccoglie tutto e butta sulla carta. Diciamo che lei è un “pozzo” di tante cose (ovviamente pozzo in senso buono… qui si è rischiato di scadere nel degrado…). Dal punto di vista dei testi abbiamo lei, e quando si parla della composizione dei brani abbiamo Ivan che, anche se ha le braccia grosse, lui usa la mente.

V.B.: Il modus operandi è rimasto invariato rispetto a ‘Daydreamin’. La parte musicale e di produzione avviene alla stessa maniera, ci troviamo, Ivan mette giù la parte musicale, io butto giù un po’ di arrangiamenti e ovviamente la parte dei testi. La differenza sostanziale di questo disco è che io avevo una macro-idea di colori. Volevo che questo disco fosse tendenzialmente un po’ più oscuro rispetto al primo, e che si rispecchia ovviamente sulla composizione. Chi comprerà il disco troverà all’interno un booklet dove ho ideato questi tre simbolini che stanno per ‘Lies’, ‘Hopes’ e ‘Other Stories’. L’idea principale era associare ad ogni canzone un macro-tema ed un colore. Quando siamo andati in composizione abbiamo scelto il colore del pezzo e quindi il taglio da dargli, se era più da ‘Lies’, una canzone più da ‘Hopes’, e una canzone che avesse una moltitudine di colori al suo interno. Poi ovviamente ho sviluppato dei testi che raccontano in effetti una storia. Tutto il disco si sviluppa partendo dalle ‘Lies’, passando per le ‘Other Stories’ e finendo sulle ‘Hopes’ perché a noi piace sempre pensare che ci sia un lieto fine sulle cose. Quindi, in effetti se uno ascolta il disco col flusso dell’ascolto della setlist che abbiamo messo nel disco, sente un percorso che ha una sua motivazione non solo audio-sonora, ma anche un percorso di lettura.

Quindi l’ascoltatore deve prima di tutto leggere i testi per capire che c’è un percorso? V.B.: Sarebbe una buona cosa.

Ivan Moni Bidin: Potrebbe anche essere diversamente. La sfida potrebbe essere, soprattutto per chi non mastica molto l’inglese, ascoltare il disco per come si muove, e sarebbe interessante vedere come una persona percepisce questo cambio continuo.

Copertina di 'Lies, Hopes & Other Stories', in uscita il 23 giugno per Pride & Joy Music

Il vostro sound sembra porsi in continuità con quello di ‘Daydreamin’: un hard rock possente e genuino, piuttosto diretto. Siete quindi una band che non sembra aver bisogno di chissà quali sperimentazioni e sofisticazioni per esprimere il vostro pensiero. I.M.B.: Sai, noi abbiamo suonato tanti anni io e Marco musica “progressive” in più band, abbiamo sperimentato, abbiamo dato… Cosa succede però? Che quando sei sul palco, sei talmente concentrato a suonare bene queste sperimentazioni, questi virtuosismi, che poi ti manca alla fine l’empatia sia con la musica che stai suonando, sia verso chi ti sta ascoltando. Quindi, questo tipo di hard rock spinto in faccia, come dici tu, ci permette di suonare anche divertendoci e godendo dell’ascolto, e facendo divertire il pubblico.

M.S.: Infatti ritorniamo al discorso del feedback nei confronti della gente. Probabilmente è tutto una ricerca di noi stessi.

D.D.: Perché alla fine, quando sei concentrato su ciò che suoni, magari tu lo stai facendo con l’amore più grande del mondo, ma alle volte ti rendi anche antipatico, o freddo.

V.B.: Esattamente, perché magari sei concentrato a fare un tecnicismo, ma noi guardiamo più alla forma-canzone, a far arrivare in maniera diretta una melodia, una cosa che arrivi dritta alla gente. A noi piacerebbe molto che il nostro pubblico cantasse i ritornelli, perché è quello a cui noi teniamo, che arrivi la melodia del ritornello.

M.S.: Diciamo che con ‘Daydreamin’ in sede live, nelle ultime date che abbiamo fatto incredibilmente è successo, ed è una cosa che mi ha inorgoglito molto arrivare alla gente che canta i tuoi pezzi, soprattutto i pezzi di un debut album per noi è stata una grandissima cosa.

I.M.B.: La cosa bella è anche questa. Uno può suonare anche bene, ma soprattutto vivere completamente nella musica, sentire la vibrazione del palco e di tante cose.

Quindi, andando un attimo fuori tema, il “progressive” non solo quello fatto da voi in passato, ma parlando in senso generale, è una musica fine a sé stessa? I.M.B.: No, assolutamente. Non è questo che volevo far intendere. Il “progressive” (chiaramente non in tutti i casi) generalmente è uno show che evidenzia la musica. Invece, questo tipo di hard rock che mi piace fare, concettualmente è una creazione di uno show che sia proprio “show”, che unisca musica, sorrisi, espressione, vibrazione, coinvolgimento, divertimento. Io tuttora sono ancora un grande amante del prog, che però preferisco vedere seduto e che trasmette un’atmosfera diversa, che deve essere goduto da ascoltatore. Invece, nel caso degli Starsick System ci piace creare all’interno del locale questa moltitudine di colori, una grande atmosfera che coinvolga tutti.

Tornando nei binari a noi più consoni, avete anticipato l’uscita del nuovo album con la pubblicazione del video di “Bulletproof”. Quali sono i motivi principali di questa scelta? V.B.: Parlando sempre con la nostra etichetta, la richiesta è stata (aldilà di un videoclip ufficiale) quella di pubblicare un singolo scelto da loro, ed un singolo scelto da noi, e che anticipassero mese per mese il nuovo album, e che accompagnassero l’uscita del disco. Il brano scelto dall’etichetta, nel mese di maggio, è stato “Sinner”, e per il brano scelto da noi da far uscire per il mese di aprile ci siamo trovati a fine gennaio per pensare quale brano scegliere. Abbiamo fatto una breve analisi sapendo comunque che “I Am The Hurricane” sarebbe stato il pezzo simbolico di questo disco, è assolutamente il vero simbolo dell’album. Abbiamo però scelto “Bulletproof” perché è prima di tutto una connessione con il sound di ‘Daydreamin’; infatti ci puoi ritrovare un po’ di “Spit It Out”, e in generale ci puoi ritrovare un po’ di rock aggressivo che c’era su ‘Daydreamin’. Dall’altra parte, “Bulletproof” è sostanzialmente il messaggio che volevamo dare e che ci fa ricordare di tutta l’esperienza che abbiamo fatto e che abbiamo ancora voglia di fare, dove abbiamo conosciuto una marea di musicisti e persone incredibili, ma dove abbiamo anche avuto modo di scontrarci con delle realtà che non sono sembrate cosi “friendly”, amichevoli e simpatiche. Quindi “Bulletproof” è una nostra maniera, un po’ scherzosa, per dire che, alla fine, siamo tutti sulla stessa barca e che non conviene prenderci troppo sul serio. Siamo sul palco e divertiamoci tutti insieme. Noi stasera, ad esempio, abbiamo fatto tantissima amicizia con i Genus Ordinis Dei (band che avrebbe dovuto suonare assieme agli Starsick System la sera dell''intervista, ma per motivi interni alla band hanno dovuto annullare il loro set, ndr), una band con cui prima non ci conoscevamo, ed è una cosa che si è instaurata in maniera molto amichevole e naturale. Delle volte, invece, a causa magari di un’empatia non molto immediata, ti scontri con gente che si sente un po’ troppo convinta, non solo musicisti, ma anche giornalisti e persone che non c’entrano niente con la musica; e il brano è un modo per prendere in giro noi stessi e chi ci ascolta, e poi riguardo al sound è il pezzo più diretto ed immediato per esclamare: “Hey!! Siamo tornati e siamo ancora qua!”.

M.S.: E’ bello fare pezzi così, anche se non è mai molto bello essere troppo diretti, perché rischi di metterti su certi livelli che sarebbe meglio evitare. La musica ti permette anche di mandare dei messaggi in questa maniera qua, anche senza dire direttamente le cose. “Bulletproof” ha un appeal che può far capire quello che vogliamo esprimere. Poi io lo introduco sempre questo pezzo, lo dedico sempre a quelli che hanno la spocchia. Ed anche il fatto che qualsiasi persona all’interno del pubblico abbia voglia di unirsi al nostro pensiero, ti fa pensare che questa sia non solo la nostra canzone, ma anche quella di qualcun altro.

(e rubandomi le parole di bocca…) V.B.: Poi succede che qualcuno vada al lavoro, e c’è il capo che rompe i coglioni, dimostrando di avere della spocchia; oppure quello che arriva e che ha il macchinone grande e che pensa di essere chissà chi… Cioè, ma stai quieto…

Marco Sandron @ Drakkarock - Bros Valhalla, Borgo Ticino (NO) - 27/08/2016

Dal punto di vista vocale, Marco Sandron in quest’album sembra discostarsi con evidenza da un approccio più orientato e somigliante verso le tonalità vicine ad artisti come, ad esempio, Myles Kennedy, prendendo invece una strada propria e più personale, forse più vicina alle sue corde. E’ stata una scelta precisa, o è semplicemente un percorso ed un’evoluzione del tutto naturali? M.S.: E’ una scelta precisa, perché il primo disco di una band è sempre un esperimento, dove si cerca un po’ di capire su quali territori si va meglio a camminare. Ovviamente, per quel che mi riguarda, nel primo disco si sono sentite un po’ di più quelle che erano le mie ispirazioni. Questo album, invece, è molto più nostro sotto tutti gli aspetti, non solo dal punto di vista vocale; rispetto al primo album, questo è un lavoro molto più sentito, ed arrivando dall’esperienza di un disco, abbiamo pensato di fare un album rimanendo comunque all’interno di un certo range, ma cercando di metterci molto del nostro. Dal punto di vista vocale, è stato fatto questo; mi sono un attimo discostato dai binari che avevo prima, ed ho voluto provare così. Onestamente, mi senso veramente soddisfatto di quello che ne è uscito, perché è un disco che sento molto più mio, soprattutto per i temi toccati perché Valeria ha la capacità di scrivere riuscendo ad interpretare, attraverso chissà quali meccanismi strani, quelli che sono i periodi più delicati e particolari che ho passato, di cui parlavamo spesso ma che non ho mai espresso nella maniera più diretta e finalizzata a scrivere un brano. Lei, invece, ha scritto di getto delle cose che mi si vestivano addosso perfettamente, e questa è stata la magia che ha fatto anche scattare il cambio di alcune cose. È stato veramente molto bello.

Quale brano, secondo voi, del nuovo album vi fa emozionare di più mentre lo suonate e perché? V.B.: Riguardo al disco nuovo, stiamo cominciando adesso a rodarli. Ma posso dire, almeno per me ma credo anche a detta della band, che “I Am The Hurricane” dà una grande emotività ed è un pezzo particolarmente sentito da tutti e quattro.

M.S.: “I Am The Hurricane” è un brano che sento molto e dove mi piace tutto: il vibe, le tematiche, lo sviluppo musicale.

V.B.: Sono molto legata al testo, in cui c’è una parte di me che è molto di cuore in tutta la canzone, ed Ivan è stato perfetto quando abbiamo capito come doveva andare questo pezzo, e lui ha fatto una grande interpretazione.

I.M.B.: E’ proprio un pezzo che bisognava cadenzarlo, mettendoci dei punti fermi all’interno del discorso. Queste cose, di solito, ci vengono abbastanza bene.

V.B.: E’ una sorta di lotta interiore, che coinvolge tutti e quattro, e quindi è il pezzo che preferisco maggiormente.

M.S.: Per ora sì, perché stiamo finendo di riarrangiare i brani per i live, dove sicuramente scopriremo altre cose. Perché un conto è registrarli, avendoli magari provati; ma una volta che devi risuonarli, c’è una sensazione diversa ed è una seconda scoperta del pezzo. E quindi, secondo me, ci saranno delle altre sorprese. Io ho già un po’ di idee, ma magari ne parliamo più avanti…

David Donati @ Rock In Park, Legend Club Milano - 09/06/2017

Per concludere, vorrei parlarvi della copertina (di cui mostro loro una stampa), bellissima a mio parere, che è un mix tra linee molto geometriche e figure molto artistiche. Anche nella scrittura e composizione dei brani, sembra esserci un mix tra linee semplici, pragmatiche ed efficaci, ed estro creativo infarcito da groove possente. Siete sostanzialmente concordi con questa linea di pensiero? V.B.: Questa copertina è il concept dei testi. Io e Dixon Jong, che è un bravissimo artista e di cui consiglio vivamente di vedere i suoi lavori perché sono meravigliosi, ci siamo scritti tanto e gli ho mandato tutti i testi perché ha voluto leggere tutto ed ascoltare l’album ancora prima che fosse finito, per avere un’idea ed entrare dentro nel mood. Gli ho spiegato quali erano le nostre idee e che cosa volevo. Volevo in assoluto che ci fossero le contrapposizioni dei chiari e degli scuri, come anche si può vedere nel videoclip di “I Am The Hurricane” dove c’è un forte richiamo; volevo che ci fosse una contrapposizione tra i simboli, “Lies – Hopes – Other Stories”; e infine la rappresentazione della parte musicale, che secondo me rispecchia perfettamente.

Vi saluto e vi ringrazio della disponibilità, e vi do la possibilità di dare un consiglio sia ai vostri fan, ma anche a chi non mastica il vostro genere, di dare quanto meno un ascolto del vostro album e di vedervi dal vivo. V.B.: Credo che il nostro disco possa abbracciare un pubblico ancora maggiore rispetto a quello di ‘Daydreamin’, perché ha molta parte rock, ha molta parte metal nella sua forma più pura, ma anche moltissima parte pop, se me la lasci proprio passare. I ritornelli sono molto melodici, e inoltre penso che se uno ha voglia di fare un ascolto un po’ più introspettivo, oppure ha voglia di farsi l’ascolto più rock’n’roll, si riesce a trovare tutte queste sfaccettature, e che credo sia il punto di forza.

M.S.: E’ importante che qualcuno si sforzasse di cominciare a leggersi i testi, perché è un ulteriore passo per entrare all’interno di una band e di quello che vuole dire. Parlando soprattutto del mio personale pensiero su questo album, rispetto al primo, nell’aspetto dei pezzi si deve cogliere che oltre al sound bisogna cercare di fare uno step successivo, vale a dire entrare all’interno dei brani per muoversi dentro e scoprire sicuramente delle cose in più. Questo potrebbe essere un buon passo per entrare dentro il nostro mondo, e poi ovviamente venirci a sentire dal vivo perché il meglio lo diamo sempre sul palco.

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Valeria Battain @ Rock In Park, Legend Club Milano - 09/06/2017

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