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AETHER: III

data

05/06/2026
87


Genere: Progressive Rock, Jazz Rock, Ambient
Etichetta: Luminol Records
Distro:
Anno: 2026

Non so cosa abbia ispirato gli Aether in questo terzo album, e se ci sia un tema conduttore in tutto il disco (non c’è una linea ben definita); ma è il più maturo dei precedenti per la sua potenza auto-generativa. C’è tanta voglia di suonare. Una maggior perfezione e pulizia del suono, e una sperimentazione allargata, coesa, soprattutto sulla seconda parte dell’album dove ogni musicista ha più spazio. Lavoro che in realtà mette ancora più in evidenza la loro capacità di trasformare il suono in soli quarantatre minuti. E’ un’evoluzione continua. Manfred Eicher, produttore discografico (ECM Records, acronimo di Editions Of Contemporary Music) credeva che l’ascolto dovesse incominciare dal silenzio, e dal silenzio emergere per poi dissolversi; il suo motto gravitava su questo concetto: solo dopo aver ascoltato il silenzio, un ascoltatore può lasciarsi coinvolgere appieno nell’ascolto. I famosi “cinque secondi” che caratterizzavano l’etichetta avant-jazz nordica potevano aumentare a seconda della durata e del carattere della traccia. Gli Aether ti concedono dodici secondi per sederti e concentrarti. Fruscii, effetti da scosse di corrente, rumori da cavi elettrici ad alta tensione sopraggiungono nella prima traccia “Oort Cloud”; un flauto dall’effetto fiabesco (Rosarita Crisafi), e sodalizi tra musicisti conferiscono un senso di maestosità al suono alla King Crimson (‘Red’). Percepisco il loro invito, ossia associare un’immagine propria nell’ascolto dei loro brani, per poter cogliere sfumature e colorazioni e dare un’interpretazione più profonda alle loro composizioni. Intanto io atterro in una fase parallela dove peso e leggerezza mi guidano in questa dimensione, sfidando le leggi di gravità. In “Vogon” distinguo il sapore di una situazione incognita che si arricchisce nella trama, prima con una voce da radiotrasmettitore sperimentale, per poi increspare il suono con un motivo da scketch televisivo che mi ricorda la nostra tv in bianco e nero. Traccia che in realtà sembra essere stata ispirata dalla serie di romanzi di fantascienza ‘Guida Galattica per gli Autostoppisti’. Ed in effetti la musica sembra proprio evocare la goffagine, la mancanza di grazia della specie aliena Vogon e la monotonia della loro vita, incastrata nella burocrazia interplanetaria. “Aggiungere” e’ la filosofia di ‘III’ degli Aether. Ogni nota è come posare mattoncino su mattoncino su un letto di posa plastico e flottante. Inciampare nella vocalità ludica e provocatoria e ospite di Claudio Milano (testo Omero’s Folk, tributo alla poesia Vogon) è come un segnale stradale (puoi immaginare un avvertimento, ma non coglierne l’impatto, se non alla vista di ciò che potrai incontrare). Nonsense, voce altalenante, una chitarra heavy ed un suono che evolve in tribale sono le caratterizzazioni di un motivetto che apre la via alla cultura in un flusso sempre più invadente (alla Quintorigo). Poliritmie matematiche come additivi nella suite “Cinq Teintes, Quatre Cadres” per flussi generativi, di situazioni da sottobosco carico di ossigeno, di musica d’atmosfera (devi attraversare il sottobosco senza disturbare il cinguettio, poliritmie esotiche di preparano alla melodia malinconica successiva di “La Mélancolie Du Petit Prince”, guidata da un piano, da un effetto di nacchere giganti e da un basso silenziato. Ritornano le interferenze iniziali con quella dimensione. In “Panta Rei” (tutto scorre) gli Aether spingono sull’acceleratore: voglia di suonare incontrollabile che consente a chiunque abbia un minimo di fantasia di proiettarsi “altrove”. E’ musica per gli estimatori del chitarrista jazz norvegese Terje Rypdal, ma le sfaccettature diamante di “Swerve”, per il mio gusto musicale, sono sentieri di un territorio che ho di più abitualmente calpestato e che mi rimanda alla fase più sperimentale di Jeff Beck (‘Blow At Blow’, 1975, ‘Wired’, 1976), con suoni lunghi, distorti, dilatati ed effettati (“Cause We’ve Ended As Lovers”), dove il movimento è inteso come gusto dell’avventura e sterzare e sinonimo di quel jazz-rock audace, che non annoia e consente di creare una musica creativa e soprattutto un luogo, dove ognuno puo’ manifestare il proprio essere. Equilibrio e indipendenza è il risultato finale.

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