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BELOW: Upon A Pale Horse

data

14/06/2017
80


Genere: Heavy Doom Metal
Etichetta: Metal Blade Records
Distro:
Anno: 2017

Dopo ben tre anni di attesa da 'Accross The Dark River' non possiamo che essere curiosi quando ci ritroviamo tra le mani questo 'Upon A Pale Horse' degli svedesi Below, giovane realtà Heavy Doom con i suoi soli cinque anni di attività ma con una maturità tecnica e compositiva da vendere. Questa ultima fatica si muove nel solco già tracciato con il precedente citato lavoro che ha gettato le basi del sound dei Below che si muove sui territori tradizionali dell'heavy metal ricreando quelle atmosfere oscure proprie del filone doom e dotate di quella maestosa venatura epica. Dopo una breve traccia introduttiva di preparazione all'ascolto siamo pronti ad essere avvolti dalle note cupe e dalle melodie dei riff decadenti di "Disappearing Into Nothing", ed è subito chiaro che i nostri traggono ispirazione proprio dal ricco panorama europeo, ed in particolare da quello scandinavo, essendo chiari i riferimenti in questo brano al sound che ha reso celebri i Candlemass. Ma non solo di Candlemass si parla, basta ascoltare tracce come "The Coven", malinconica e dall'incedere cadenzato, per cogliere quella nota di romanticismo dark alla Mercyful Fate, merito anche di un Zeb che si dimostra un sapiente interprete dei sentimenti che trasudano dalle liriche ispirate. La title track probabilmente possiamo considerarla il masterpiece dell'intero disco; introdotta dalle parole di Alan Averill, vocalist dei Primordial, è il pezzo più epico e suggestivo dell'intero platter, dagli arrangiamenti ricercati e dai cori ampi e pomposi che conferiscono al pezzo un'aura di solennità. Dopo un simile macigno dalla durata di oltre nove minuti subito veniamo scossi dal mid tempo di "Suffer In Silence", dove la fa da padrone l'heavy metal dalle tinte fosche nelle cui trame pare di scorgere lo spettro del Re Diamante che funge da guida ed ispirazione per il quintetto. Le sfumature prettamente heavy metal si fanno più presenti e marcate negli ultimi brani del disco, "Hours Of Darkness" e "1000 Broken Bones" possono essere considerati brani molto simili tra loro, nel loro sound si coglie quella epicità sperimentata dai Black Sabbath in lavori quali 'Headless Cross' che viene arricchita e valorizzata dai pregevoli soli di chitarra sempre intessuti con gusto e tecnica sopraffina. Ma un altro pezzo da podio è riservato per il finale, "We Are All Slaves" è un altro monolite che supera gli otto minuti di maestosità sonora, caratterizzato dal ritmo lento e scandito dal sapore malinconico espresso sapientemente dalla virtuosa ugola di Zeb e da un riffing vagamente orientaleggiante. Un lavoro che benchè non possa vantare una piena originalità (ma ad oggi chi può vantare la piena originalità, e chi dice che originalità è sinonimo di qualità?) si qualifica tra le migliori ultime uscite in un settore che dopo il parziale ritiro dei Candlemass è un po' più orfano.

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