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MAGISTER TEMPLI: Lucifer Leviathan Logos

data

10/05/2013
80


Genere: Heavy Doom Metal
Etichetta: Cruz Del Sur
Distro:
Anno: 2013

Periodo di vacche grasse per il doom: dopo la calata romana dei Pagan Altar, ecco un debutto sulla lunga distanza che ha tutte le qualità per diventare un piccolo classico. I norvegesi Magister Templi avevano già fatto parlare di sè col precedente EP, qui non rivoltano il loro sound come un calzino, ma ci danno degli spunti niente male per continuare a credere in una scena che non perde nulla a copiare dai Black Sabbath. 'Lucifer Leviathan Logos', titoli di tre tracce del disco, precisamente la seconda, la quarta e la sesta, con iniziale comune. Esoterico magheggio oppure semplice comodità (come 'Brave Murder Day' dei Katatonia)? Rimaniamo nel dubbio, tanto la band è sicura dei propri mezzi e senza incertezze macina riff della vecchia scuola del doom, quella ancora legata a certo heavy, li fa sembrare serpenti contorti in alcuni frangenti e in altri si rende ancora più particolare. Se l'influenza necessaria dei Black Sabbath è lieve, tanto devono i Magister Templi ai già citati Pagan Altar e a band più muscolose come Witchfinder General o Pentagram. Non sono solo le influenze a rendere grande un album, è innanzitutto una grande varietà dal punto di vista emotivo: ci si sente al comando di un'orda di demoni nella grande "Master Of The Temple", siamo totalmente straniati in brani più sinistri e addirittura assumiamo il ruolo di vittime sacrificali in "VITRIOL". La traccia in questione è la più particolare del lotto, perchè lascia crescere la tensione inesorabilmente, la chitarra acustica trasporta in un'epoca lontana di caccia alle streghe e poi il finale stupisce nella sua semplicità ritmica. A proposito di pattern di batteria, lo stile di questo ci ha ricordato quello poco convenzionale di Bill Ward, comunque trasportato in un contesto molto più duro, e alcuni momenti da battaglia come il break di "Tiphareth". Nota conclusiva per un cantante strepitoso, in quanto incarna perfettamente il pathos proprio del perfetto doom, mischiando caratteristiche apparentemente contrastanti come la profondità di Robert Lowe (Solitude Aeturnus e Candlemass) e il ghigno luciferino di King Diamond.

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