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TWILIGHT FORCE: Dawn Of The Dragonstar

data

27/08/2019
75


Genere: Symphonic Power Metal
Etichetta: Nuclear Blast Records
Distro: Warner
Anno: 2019

I ragazzi svedesi Twilight Forse cresciuti a pane, Dungeons & Dragons e Signore degli Anelli sono tornati; ancora più epici, eroici e “rapsodici”. È ovvio che le similitudini con i nostrani triestini sono non solo poche, ma volute su questo lavoro. ‘Dawn Of The Dragonstar’, il loro terzo full-lenght vede, inoltre, Allyon (pseudonimo di Alessandro Conti) alla voce. Quindi, inevitabilmente il fantasma dei primi Rhapsody Of Fire si fa sentire. Per un amante dei suddetti pilastri del metal sinfonico italiano (e non solo) come me, l’effetto nostalgia ha fatto una buona parte nell’ascolto di questo album. La title track che irrompe sulla scena nei primi minuti del disco con il suo coro da stadio mi ha travolto come l’urlo di un Nazgûl facendomi alzare il braccio per urlare “ALLA GUERRA!!!!!”; così come gli arrangiamenti orchestrali fatti di tromboni, corni esultanti e archi in “Thundersword” e “Winds Of Wisdom”. Gli altri riferimenti artistici sono chiarissimi, Helloween e Stratovarius su tutti, in particolare su “Queen of Eternity”. Molto simpatico anche lo sviluppo di melodie cino-giapponesi in “Blade Of Immortal Steel”. La prova vocale di Conti è impeccabile su tutti i registri, come quella degli altri musicisti come il chitarrista Lynd che snocciola assoli in sweep-picking baroccheggianti nella migliore tradizione di metal sinfonico; i favoleggianti intermezzi tastieristici di Blackwald e la bombastica sezione ritmica di Born (basso), De’Azsh (batteria) e Aerendir (chitarra ritmica). Le intenzioni del progetto sono ben indirizzate, quindi non meravigliamoci se i cliché abbondano; è chiaro che non ci troviamo davanti ad una band con intenzioni sperimentalistiche, ma che vuole proporre questo genere nel modo più classico e roboante possibile, ciò lo si denota anche dall’atteggiamento live, ricco di riferimenti fantasy nel set e nei costumi. Se dovessi trovare una nota negativa nell’insieme dell’album potrei dire che forse manca una vera ballad che faccia riprendere fiato e distenda l’ascolto, ho sentito la mancanza anche di qualche traccia più cupa nel riffing e troppo incentrato sull’estrema epicità. Ne consegue che, nella seconda metà, il disco risulta meno grintosa e un po’ appiattita ma per fortuna la lunga suite finale ci riporta “sull’attenti”. Un album da ascoltare con birra da sorseggiare in un corno, in buona compagnia in taverna.

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