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GORGUTS: Colored Sands

data

02/09/2013
79


Genere: Technical Death Metal
Etichetta: Season Of Mist
Distro:
Anno: 2013

Il ritorno dei Gorguts è un evento importante per i sostenitori del death metal, perché Luc Lemay e la sua creatura sonora, oltre ad essere senza dubbio le icone della scena estrema canadese, sono anche una delle formazioni di maggior spessore dell’intero panorama mondiale. Le avversità non sono mai mancate, ed il fato non è stato misericordioso con la band, portando via troppo presto prima il batterista Steve MacDonald e poi l’amico Steeve Hurdle. Ma i Gorguts sono per Lemay una ragione di vita e forte di una line-up nuova di zecca, si ritorna allo stesso punto in cui ci avevano lasciati. E se pensavate, come anche noi, che i nuovi poliedrici strumentisti Colin Marston e Kevin Hufnagel potessero influenzare il songwriting di 'Colored Sands' vi siete sbagliati. Ma non del tutto, poiché un pizzico del loro stile si è insinuato tra le note più caotiche e dissonanti dell’album. Questo nuovo disco riparte dagli stessi abissi sonori raggiunti in 'From Wisdom To Hate'. Death metal ossessivo, a tratti soffocante, pervaso da negativi presagi che si scatenano quando ci si spinge troppo in fondo, dove la luce sparisce nell’oscurità. Quel fondo buio che venne esplorato ai tempi di 'Obscura', uno dei dischi più pesanti mai scritti, un viaggio misantropico senza fine, per molti l’apice della loro carriera. In 'Colored Sands' si respira sempre la stessa aria velenosa dall’inizio alla fine. L’opener "Le Toit Du Monde" parte subito possente e intricata per poi terminare lenta e melodica, elemento questo ultimo che diventa portante nella parte centrale e nel finale della seguente "An Ocean Of Wisdom". I riff sono sempre aggrovigliati come filo spinato, le ritmiche assurde, con un lavoro di batteria magnifico da parte di John Longstreth (Origin). Dopo la pesante title track, la strumentale "The Battle Of Chamdo" con i suoi synth, viole e violoncelli, fa da spartiacque al disco, e quando giunge la furiosa "Enemies Of Compassion" si ripiomba nell’oscurità, con una psicopatica miscela ultrafast in cui la band dà sfoggio della sua elevatissima tecnica. Un brano disumano, sotto tutti i punti di vista, con riff malsani, ritmiche e cambi di tempo schizoidi; per noi l’apice del disco. Nelle successive lunghe tre tracce si continua a sprofondare, come in una catacomba mai esplorata. Un death-doom estenuante ed oppressivo, si manifesta in tutta la sua inquietudine. La sensazione di non poter più tornare indietro è ormai una certezza quando nel bel mezzo di "Absconders", ci imbattiamo in un lento e decadente swing da orchestrina jazz; ciò significa che la strada per il ritorno è perduta e come successo in passato con i due precedenti full-length, ci vorrà molto tempo, prima di rivedere la luce. Il nostro parere personale è che i Gorguts sono una band di assoluto culto nel panorama estremo mondiale, una delle poche non sintetizzabile con un voto. Probabilmente avrebbero potuto raggiungere una maggiore fama commerciale, se avessero aggiunto parte delle visioni estreme di Lemay alla classicità del death metal dei primi due dischi (quelli del periodo Roadrunner), ma questa è un’altra storia, a cui nessuno può dare un finale.

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