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DIO: Magica

data

18/05/2010
71


Genere: Heavy Metal
Etichetta: Spitfire Records
Distro:
Anno: 2000

L’arcobaleno dopo la burrasca. Gli anni novanta passati sfornando album non proprio memorabili sino alla decisione di togliere dallo scrigno un libro di magia in salsa fantascientifica, e regalarci questi settanta minuti a metà strada tra hard rock, doom e classico heavy metal. Ronnie James Dio, l’ex-ugola d’oro di Rainbow e Black Sabbath, torna in pompa magna con un concept album curato nei minimi dettagli a partire proprio dalla storia, raccontata dalla (troppo) lunga "Magica Story" che, posta intelligentemente a suggello dell’album, con i suoi diciotto minuti dissiperà tutti i vostri dubbi sulle tematiche sin qui affrontate. Superati i due intro (la voce robotica di "Discovery" e il magniloquente "Magica Theme", giro di tastiere suonate dallo stesso Dio), si oltrepassa l’ideale ingresso di 'Magica' con l’epico cadenzare di "Lord Of The Last Day", primo highlight del disco, seguito dall’incedere cupo di "Fever Dreams", singolo che vanta un cantato aggressivo e un bel solo. La lunga ed epica "Eriel" fa da spartiacque tra il primo e il secondo tempo di 'Magica', seguita dall’hard-rock di "Challis", forse il vero up-tempo di tutto l’album insieme alla già citata "Fever Dreams". Sentita l’interpretazione di "As Long As It’s Not About Love", ballad che Ronald Padavona canta davvero, consentitemi l’ironia, da Dio e che lascia spazio ad un altro highlight qual è "Losing My Insanity", che nel primo minuto ci regala sonorità medievaleggianti che paiono arrivare direttamente dalla discografia dei Bardi di Krefeld. Per fugare ogni dubbio circa l’uniformità ritmica dell’album il folletto italo-americano chiude la parte prettamente musicale del platter con ben due reprise che accompagnano i completisti, e tutti gli amanti degli storytellers, booklet alla mano, verso i diciotto minuti prima citati. Se il ripetuto ascolto di 'Magica' mette in evidenza le debolezze di un songwriting troppo piatto, che gigioneggia su variazioni di un modello di canzone-tipo ("Fever Dreams"), le singole canzoni, decontestualizzate, reggono bene e offrono ciascuna più di un buon motivo per riascoltarle. Su tutto, ma è davvero superfluo scriverlo, primeggia lo strabiliante talento vocale di Ronnie James Dio, autore o coautore insieme al chitarrista Goldy di tutte le canzoni, che sembra non conoscere cali nel tempo. In ultima analisi un disco ben confezionato, ottimamente prodotto, ricco di atmosfere a volte opprimenti e malate e che ha l’ulteriore pregio di trovarsi sul mercato ad un prezzo veramente vantaggioso. E di questi tempi non è poco.

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