You are here: /

IRON MAIDEN

Roma caput Metal. Il lungo viaggio verso l’Olimpico è costato soldi e fatica, compresa l’avventura di arrivare alle tre di notte in albergo e sentirsi dire che la camera prenotata è stata data a qualcun altro mezz’ora prima, ma alla fine ci siamo e si comincia a valutare quanto ne sia valsa la pena. A mio modesto parere, tanto. Cominciamo a guardarci intorno: giornata torrida, un sole a picco che brucia già le prime schiene, e la notizia che i cancelli apriranno in ritardo. E fin qui, nulla di strano, quindi si fa buon viso a cattivo gioco e si cerca un poco d’ombra. Altra notizia: per fotografare gli Iron Maiden serve un pass speciale, quindi niente foto al main act. E sinceramente, chissene, mi godrò di più lo spettacolo. Termina l’attesa, si entra. Più o meno, in realtà, perché il sottoscritto e compari decidono di posizionarsi all’esterno della gradinata, in modo da potersi godere ancora un po’ d’ombra finchè non cominciano i gruppi; il che avviene di lì a poco: i Sadist attaccano puntuali, scaldando il pubblico già di per sé accaldato. Musica pesante, uno strano cantante (scusate ma non so come altro definire un uomo che canta senza sbagliare mezza nota ma non riesce a dire “ciao Olimpico, siamo i Sadist” senza prendere fiato due volte in mezzo alla frase) ed uno spettacolo decisamente interessante: non è proprio il mio genere, lo ammetto, ma i pezzi sono molto buoni e soprattutto suonati bene, ed il pubblico gradisce parecchio, almeno a giudicare dalla bolgia delle prime file… Storico il ragazzo ustionatissimo che, aggrappato alla transenna, grida come un posseduto “FATECI POGAREEEEE!” Ma come cavolo ha fatto a sopravvivere? E’ roba da camera delle torture! Intanto il sole non ci pensa nemmeno a smettere di cuocerci (un po’ di pioggia faceva proprio schifo, eh?) ed arriva il momento di Lauren Harris, altrimenti nota come “sono figlia di papà e quindi suono”. Non è per insultare, anzi: è sicuramente una gran bella ragazza, ha una buona voce, i pezzi sono decisamente orecchiabili… la questione è che, semplicemente, se non fosse figlia di suo padre non sarebbe mai arrivata a suonare prima degli Iron Maiden: la sua proposta musicale, infatti, è un Hard Rock né carne né pesce, una semplice ripetizione di schemi collaudati che, ribadisco, sono godibilissimi (altrimenti il collaudo non l’avrebbero certo superato) ma sicuramente nulla hanno a che spartire con il resto delle band del giorno. La platea applaude, anche se la maggior parte delle incitazioni a Lauren sono a spogliarsi; la ventitreenne inglese comunque prosegue imperterrita il suo show, che giunge a conclusione senza intoppi. Finora i suoni sono stati adeguati, anche se non eccellenti; da qui in poi, invece, ci sarà un progressivo miglioramento di gruppo in gruppo, il che è ovviamente una piacevolissima sensazione. Mastodon, quindi. La platea sta iniziando a riempirsi in maniera considerevole, siamo ormai a metà pomeriggio, ed anche le gradinate cominciano a non essere più così scarsamente popolate. Oltre a ciò, il sole sta compiendo il suo giro e l’ombra arriva finalmente a coprire una buona metà dell’interno dello stadio, consentendo a tutti di tirare un po’ il fiato. Applausi, tra l’altro, ai vigili del fuoco che hanno passato la giornata ad innaffiare gli accaldatissimi convenuti con i loro idranti; ed a questo riguardo, sia lode alle fontanelle presenti sia all’interno che all’esterno dello stadio. Per quanto riguarda i Mastodon vale, almeno parzialmente, il discorso Sadist: non il mio genere “abituale”, ma miseria ladra che spettacolo! Un’esibizione ottima, coinvolgente, cattiva al punto giusto, gestita con professionalità e stile (geniale il bassista che, schivata di poco una bottiglietta diretta alla sua testa, sorride a chi glie l’ha lanciata, indicandogli mentre suona che l’ha mancato di un soffio). Una combo di musicisti ottimi, che hanno saputo dare una bella scossa al pomeriggio romano in attesa dei “big” della serata. Dei Machine Head il sottoscritto non può dire granchè: sinceramente mi aspettavo di meglio, più che altro a livello di coinvolgimento. Se da una parte i Mastodon, pur non essendo il mio genere, sono riusciti non solo a divertirmi, ma ad emozionarmi e caricarmi, dai Machine Head mi aspettavo almeno lo stesso, ed invece non l’ho avuto. Certo hanno suonato bene, ed il loro pubblico li ha apprezzati, ma da non “irriducibile” li ho trovati distanti, quasi freddi. Molto probabilmente hanno pagato più di altri la non adeguatezza dei suoni, ma viste le performance delle band che li hanno preceduti speravo proprio in qualcosa di più. Peccato. Stiamo arrivando al piatto forte, ed ecco Lemmy e soci, i Motörhead in tutto il loro splendore, scatenare le masse e trascinare l’intero stadi in una bolgia di rock & roll grezzo e diretto, privo di compromessi come sempre. Esiste la possibilità di vedere i Motörhead fare un cattivo show? Pare che la risposta sia negativa, considerato che, per quanto la scaletta tenda ad essere ripetitiva (a fronte di una produzione discografica praticamente sterminata), stare sotto il palco di Lemmy significa buttarsi a testa bassa in un’arena di gladiatori folli. Da qualche tempo mi chiedo spesso che fine abbia fatto il popolo dei pogatori, sempre più rari ai concerti; è incredibile notare come i Motörhead non subiscano minimamente questa tendenza, tenendo sempre uno zoccolo duro di inossidabili cui, di anno in anno, si aggiungono altri pazzi furiosi. Applausi, per inciso, al palestrato che dopo aver passato la giornata a smutandarsi con i suoi amici, si è messo a ballare lo swing su “Ace Of Spades”. Ora le ho davvero viste tutte. Altro aneddoto: nel pit dei fotografi capita spesso che cadano plettri lanciati verso il pubblico. Inutile dire che al pubblico sono destinati ed al pubblico devono andare: certo dispiace perdersi il “souvenir” (stare lì sotto non significa che non si sarebbe stati volentieri tutto il giorno a scannarsi con gli altri per le prime file), ma è il giusto gesto di riconoscenza di una band al suo popolo. Tempo fa mi era capitato anche di assistere alla scena di un armadio della security che “obbligava” i fotografi a dare al pubblico i plettri raccolti nel pit (fatto che peraltro ho apprezzato): evidentemente qualcuno si ricordava la stessa scena, visto che uno dei colleghi ha messo via la digitale per sventolare sotto a Campbell un cartello con la scritta “DROP A PICK”! Phil ha prontamente eseguito, facendo felice un fotografo che non ha nemmeno dovuto giustificarsi con alcuno, visto che il plettro in questione era platealmente diretto a lui. Applausi ad entrambi. Il quadro viene completato da un Mikkey Dee in stato di grazia, ancor più rullo compressore del solito, e da un Lemmy più sobrio di quanto non ci avesse abituato a vedere: uno show spettacolare, degnamente sottolineato dai due maxischermi posti ai lati del palco, che ripropongono anche ai più lontani (e non sono pochi) le immagini del palco. E qui, un plauso va anche all’organizzazione, che ha saputo “coccolarsi” chi ha comprato un biglietto di tribuna con i suddetti schermi e con una seconda fila di amplificatori posti a bordo campo: non so dire di preciso come si sentisse da là dietro (i due settori, prato e tribuna, erano separati e non si poteva passare dall’uno all’altro), ma a giudicare dall’impianto preparato oserei supporre che nessuno abbia avuto di che lamentarsi. Ed infine il main act: cala la sera, e sulle note di “Doctor Doctor” degli U.F.O., ormai eletta a sigla ufficiale dai Maiden, la gente si assiepa ovunque per godersi la propria parte di Iron Maiden capitolini. Apertura affidata a “Different World”, opener dell’ultimo disco degli inglesi, e subito il pubblico esplode in un boato rassicurante: anche stasera sarà un grande show! Cinque pezzi da “A Matter Of Life And Death”, dopodichè sono i classici a regnare: “Wrathchild” è il segnale per scatenare l’inferno in tutto lo stadio, “Children Of The Damned” la chicca che troppe poche volte è stata proposta in sede live. “For The Greater Good Of God” ricorda che la scenografia (trincea, carro armato gigante, eccetera) è lì perché c’è stato un gran disco lo scorso anno, ma questo tour è “A Matter Of The Beast”, e il numero della bestia regna sovrano, insieme ad altri classici della vergine di ferro. I maxischermi trasmettono lo show a tutto il pubblico, mentre Bruce corre avanti e indietro, instancabile come sempre. La promessa, durante lo show, è di tornare in Italia l’anno prossimo con quell’ “Early Days Part II” che già era stato promesso, portando “Powerslave”, “Seventh Son Of A Seventh Son”, “The Rhyme Of The Ancient Mariner”, eccetera eccetera… una promessa esaltante di un altro tour storico, un impegno preso con un pubblico che non vede l’ora di poter rivedere Harris e soci il prima possibile. Non si può però essere sempre perfetti, e scatta anche l’errore: Nicko sbaglia “Hallowed Be Thy Name”, ddimenticandosi metà del ritornello e costringendo gli altri ad inseguirlo… Certo, la stoffa c’è, ed il recupero non pare essere molto difficoltoso, ma… proprio questa mi doveva sbagliare? Ok, sopravviviamo anche a questo, in fondo lo show va avanti, proponendo uno dopo l’altro alcuni dei migliori classici delle Vergini. Smith imperversa su tutto il palco dando spettacolo, Murray, i capelli tagliati, sembra un piccolo lord con la chitarra elettrica, sempre sornione e sorridente, Gers… bah, quell’uomo è un clown, e fa come sempre il suo spettacolino sollevando i livelli della goliardia metallara. Alla conclusione, la folla si assiepa sotto il palco dando la caccia a qualche plettro, bacchetta, o qualunque tipo di reliquia si possa sperare di raccattare. Inutile dire che i più se ne andranno delusi, ma con il ricordo di un grande show. Ottimi gruppi in una cornice che ha un fascino incredibile, la giornata è volata fin troppo in fretta. Ora si scrocca un passaggio fino all’aeroporto, si dorme un’oretta all’esterno (ma perché un aeroporto internazionale la notte chiude?), e si affronta il rientro. Con l’incubo del barista che dice “mi spiace, non ho caffè”. Ancora non so come siamo sopravvissuti…

MANY DESKTOP PUBLISHING PACKAGES AND WEB PAGE EDITORS NOW USE Reviewed by Admin on Jan 6 . L'Amourita serves up traditional wood-fired Neapolitan-style pizza, brought to your table promptly and without fuss. An ideal neighborhood pizza joint. Rating: 4.5

Commenti

Lascia un commento


2015 Webdesigner Francesco Gnarra - Sito Web