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DAVE THOMPSON: Gothic Rock

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Per chi ha vissuto la propria giovinezza negli anni '80 attraverso i dischi che il libro cita, si avverte la sensazione di rivivere quel periodo, permettendoci di tornar giovani per un momento, e riesce a chiudere il cerchio tramite una moltitudine di notizie delle quali, all’epoca, non si era a conoscenza anche perché internet non esisteva.

Panoramica molto dettagliata sulla genesi, riferimenti musicali, stilistici e relativa epopea delle band che hanno fatto la storia di quel genere che in seguito è stato definito Gothic Rock; termine omnicomprensivo sotto cui ricadono anche il Dark ed il Post Punk. Ciò che non sono riuscito a comprendere è la motivazione alla base di tanto accanimento della stampa britannica contro il gothic negli anni '80, ed a due spiegazioni sono giunto: i giornalisti non capivano una mazza di musica (perché sia le vendite, sia il pubblico accorso ai concerti dimostravano il contrario), oppure deliberatamente si divertivano a stroncare tutto ciò che ricadeva sotto quella denominazione. L’introduzione si presenta faticosa in quanto non decolla quella sensazione di rapimento che si prova quando un libro prende tutta la nostra attenzione e non ci fa vedere l’ora di arrivare alla fine per far quadrare il cerchio. Per chi volesse approfondire, l’autore cita “The Idiot” di Iggy Pop ed i lavori di Nico tra i dischi di riferimento ai quali si fa risalire la nascita del goth. La parte più interessante risulta essere quella che verte sulle gesta delle band cardine (Sisters Of Mercy, Bauhaus, The Cure, Siouxsie and The Banshees, Joy Division e Birthday Party), che riesce a trasmettere la sensazione di trovarsi nella Londra anni '80 e dintorni, dove tutto ebbe inizio, in quei locali (tra cui il batcave) dove si sono svolte le vicissitudini delle band e dei rispettivi membri che finivano per passare da una formazione all’altra in men che non si dica. Curiose le vicende legali dei Sisters Of Mercy post scioglimento, è stata una sorpresa scoprire che contemporaneamente nacquero due band con lo stesso nome: Sisterhood, capitanate rispettivamente da Andrew Eldricht e Wayne Hussey, e quell’attitudine infantile dei rispettivi leader che volevano contendersi lo stesso giocattolo a suon di colpi bassi e dichiarazioni al vetriolo. Affascinante l’antitesi tra la percezione che l’Inghilterra e l’America avevano di una stessa band: cioè l’essere un esimio signor nessuno in gran bretagna e contemporaneamente una star negli USA, o viceversa. Nonostante il gothic rock subisca una forte fascinazione da parte di tutto ciò che è decadente o deprimente, non capisco l’alone di negatività con cui l’autore ammanta anche le ascese delle band più inaspettate, come se si divertisse a voler trovare sempre qualcosa di negativo anche nei successi di pubblico e critica (esempio: le vendite epocali di 'Electric' dei The Cult, lo scalare le classifiche di tutto il mondo in maniera vertiginosa tanto da piazzarsi nelle prime posizioni, fino a definire i successi di pubblico dei seguenti tour come i primi segni della caduta. Più di qualcosa non torna), oppure definire "disgustosamente pomposo e melodrammatico fino al ridicolo" 'The Joshua Tree' degli U2; insomma il cercare costantemente il pelo nell’uovo. Mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa sulle gesta dei Red Lorry Yellow Lorry (mia prima infatuazione in assoluto col mondo dark), e dei Virgin Prunes, ma non sempre i libri vengono scritti per soddisfare i desideri di chi legge.

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