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IF THESE TREES COULD TALK: The Bones Of A Dying World

data

30/05/2016
83


Genere: Instrumental Post-rock
Etichetta: Metal Blade Records
Distro:
Anno: 2016

Un’etichetta importante come la Metal Blade ha capito che non poteva rimanere indifferente di fronte ad una band che nel panorama post-rock internazionale ha assunto un ruolo ed una stima verso il pubblico di tutto rispetto. Si tratta degli statunitensi If These Trees Could Talk, che grazie a questo sodalizio hanno prima pubblicato in versione rimasterizzata i precedenti lavori sulla lunga distanza (‘Above The Earth, Below The Sky’ e ‘Red Forest’), ed ora si apprestano a sfornare un materiale che rappresenta un nuovo gioiello della loro cristallina discografia, dove fino ad ora non è stata riscontrata una sbavatura che sia una. A cavallo tra atmosfera e sogno, tra alba e tramonto, il loro sound è sempre stato accattivante e denso di spunti d’interesse, rivolto soprattutto verso coloro che porgono l’orecchio con una certa discrezione, pronti poi a lasciarsi ammaliare dalle loro linee. ‘The Bones Of A Dying World’ non fa assolutamente eccezione, dipanandosi tra viaggi interstellari senza alcun bisogno di forza di gravità, e creazioni sommesse che permettono all’ascoltatore di rilassarsi e di lasciarsi cullare nella sospensione eterna. L’apertura affidata a “Solstice” è una bomba sonora che rilascia profumi e sensazioni degni di un tramonto estivo denso di salsedine. E così anche “Earth Crawler”, che letteralmente e poderosamente ci investe, lasciandoci a braccia spiegate e petto in fuori assolutamente inermi di fronte a cotanto vigore. Il compendio di chitarre di Jeff Kalal, Cody Kelly e Michael Socrates costruisce scenari volutamente misteriosi, al punto da volersi continuamente essere svelati per carpirne ogni linea ed ogni movimento. I ritmi di batteria da parte di Zack Kelly, il quale si è anche prodigato della produzione dell’album, si rivelano estremamente importanti per il modo in cui costruiscono una base di indirizzo delle linee musicali di chitarra che sostanzialmente si poggiano sopra, e permettendosi ogni tanto, con l’uso dosato quando delle pelli e quando dei piatti, di far sentire la propria voce con autentici tocchi di classe vellutata; questo lo si nota particolarmente in un pezzo come “After The Smoke Clears”, da ascoltare (come sostanzialmente tutto l’album), con mente aperta e libera da ogni inconveniente, pronta ad accogliere i sapori provenienti dal combo dell’Ohio. Di “The Here And Hereafter” credo che non necessitino parole, perché sono tutte totalmente inutili e riduttive del sogno che si appresta ad affrontare: due minuti e mezzo di pura estasi da vivere ad occhi chiusi e cuore spalancato, con le corde di chitarra che sembrano a malapena essere sfiorate, ma che producono un turbinio emozionale fantastico. A completare questo diamante che è ‘The Bones Of A Dying World’, ci sono le sonorità che mescolano passato, presente e futuro; creazioni di matrice pinkfloydiana e post rock avanguardistico e indirizzato verso orizzonti lontani, tutto questo è “Berlin”. Gli If These Trees Could Talk con questo nuovo lavoro dimostrano ancora una volta di rappresentare un tutto tondo musicale dove si incontra tutto ciò che fa parte della categoria “svago mentale a tempo indeterminato”, i compagni ideali di un viaggio lontano da tutto lo stress accumulato e da tutti i rompicoglioni sparsi nel raggio di pochi metri da noi. Si sa, gli alberi sono noti per essere perennemente radicati al suolo, ma il loro linguaggio si dimostra sempre in continuo movimento. Se davvero gli alberi potessero parlare, comunicherebbero con la lingua universale del post-rock del quintetto dell’Ohio, che mette d’accordo l’umanità che (anche questo si sa…) è solo di passaggio su questo pianeta.

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