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GOATESS: Blood And Wine

data

13/09/2019
70


Genere: Stoner
Etichetta: Svart Records
Distro:
Anno: 2019

Freschi di un parziale cambio di line-up i Goatess tornano sulle scene con questo terzo full length dopo una pausa discografica di circa tre anni. La compagine originaria di Stoccolma gravita anch'essa in quella galassia di band "del nord" che negli ultimi anni si sta espandendo esponenzialmente lanciando sul mercato europeo una serie di dischi di alto spessore nel panorama stoner/doom. Questo 'Blood And Wine' vede l'avvicendarsi al microfono di Karl Buhre in luogo di Christian Linderson, singer dei primi due lavori della band; questa è la principale novità che riscontriamo. La qualità e la proposta musicale del quartetto invece non subisce grosse novità di sorta e prosegue il discorso intrapreso nei precedenti due LP. I nostri si fanno ancora una volta portavoce ed alfieri di uno stoner che abbraccia momenti di pura psichedelia e torrido desert rock. I baccanali iniziano con "Goddess", brano che inizia con un intro sensuale e melodico per poi sfociare in un mid-tempo desertico e dal piglio groovy che avanza sinuoso. La costruzione dei brani risulta semplice ed efficace come da tradizione, incentrandosi per lo più su un riff sporco che si aggroviglia su se stesso in modo ossessivo fino a sfilacciarsi in tanti piccoli rivoli che costituiscono le variazioni su tema dei singoli strumenti che divagano in cerca della loro naturale dimensione sonora. Questo accade con "Dead City" o con "Black Iron Mark", brano grezzo, dalle distorsioni sature e torride che riporta alla mente i Kyuss di 'Welcome to Sky Valley'. Non mancano all'interno del platter momenti in cui i nostri tirano le redini e scelgono un approccio più meditativo e melodico, caratteristiche che contraddistinguevano più il precedente ed ottimo 'Purgatory Under New Management', e sicuramente "Jupiter Rising" rappresenta uno di questi momenti. La voce espressiva e a tratti graffiante di Karl Buhre che non fa rimpiangere quella di Christian Linderson, duetta con la chitarra di Niklan Jones che snocciola un riff cristallino ed etereo che viene ripetuto come un mantra creando una atmosfera vicina allo space rock e alla psichedelia, guadagnandosi il titolo di brano più riuscito dell'intero LP. Ma il capitolo più complesso con il quale la band si misura e lancia la propria sfida lo troviamo alla fine della track list, come stoccata finale; parliamo della mastodontica "Blood And Wine", magnum opus di ben 14 minuti. Il brano supera sicuramente la prova risultando ben strutturato, racchiudendo in se un mix di energia esplosiva che trasuda dai riff più granitici che si alternano a quelli più melliflui e che piazzati in punti strategici riescono sempre a tener viva l'attenzione dell'ascoltatore scongiurandone la noia, fino a giungere a momenti di pura ispirazione da rodata jam-band. Sicuramente un disco che colpisce nel segno, anche se probabilmente un gradino al di sotto del precedente, ma che contiene tutti i caratteri peculiari di una buona band stoner che cerca di interpretare il genere senza cadere troppo nello scontato e soprattutto nel noioso. Buona anche la prova di Karl Buhre alla voce che rispetto al suo predecessore dalla timbrica più "osbourniana" si adatta maggiormente alle sonorità più ruvide e grezze proposte su questa nuova uscita discografica.

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