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DIMMU BORGIR: Abrahadabra

data

02/10/2010
70


Genere: Symphonic Black Metal
Etichetta: Nuclear Blast Records
Distro:
Anno: 2010

Una formazione instabile, con i fedeli Silenoz e Galder a Shagrath, non ha certo dato frutti positivi in tutti questi anni. Inconstanza e instabilità sono i termini che si addicono ai DB, e addirittura il remake del disco del ’96 sta a sottolineare la mia teoria, oltre che due ultimi dischi in studio non proprio all’altezza. Il via vai di musicisti per la registrazione, il titolo del disco e la copertina mi avevano fatto già pensare qualcosa di non buono: ma alla fine, ancora una volta Shagrath tiene in mano le redini di tutto, accompagnato dai due sopracitati chitarristi. Da sottolineare la presenza di Snowy Shaw (basso/voci pulite) solo su alcune tracce, e Kristofer Rygg sul brano di chiusura. Non manca l’orchestra (che si presenta già egregiamente nella delicata opener strumentale), e la voce femminile di Agnete sul singolo d’apertura "Gateways". Un ostico e pesante condimento su un disco già di per sé troppo amplificato, come al solito (nove versioni tra digitale, box, digipack, vinile e jewel case). "Born Threacherous" ha un tiro molto thrash metal, intervallando i cambi di tempo con i cori del "The Schola Cantorum Choir" e le sferzate black tipiche degli ultimi Dimmu Borgir. "Gateways" è sulla falsariga dell’opener, più che altro gioca su un ottimo contrasto tra cori, voci recitate e riff oscuri e atmosfere molto classiche. Il tanto criticato Shaw partecipa su "Chess With The Abyss", "Ritualist" e "Renewal", quest’ultima dal tocco prog e con spunti interessantissimi, sicuramente la migliore del lotto. Snowy non lo si sente come si vorrebbe. La sua performance sembra quasi inesistente. Come dire: tanto casino per nulla, e i DB ci hanno abituato a ben altri accorgimenti su questo fronte. Fa capolino un altro brano che pesta violentemente, ovvero "A Jewel Traced Through Coal". 'Abrahadabra' è un disco che aveva tantissime carte in tavola, per poter diventare un bel disco di black/heavy sinfonico, ma ha sprecato molte cose. Gli artisti come guest, alcune idee, le orchestrazioni che a volte sembrano quasi forzate. Alla batteria, quasi dimenticavo, c’è Daray (Vesania, Masachist, Vader). La sua presenza si sente, il tocco death metal si sente in alcuni frangenti rendendo il sound più robusto del solito. In conclusione: il solito ottimo disco per i loro fans, ma ennesima delusione per chi sperava in qualche ritorno, almeno qualcosa tipo 'Puritanical'.

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