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BIRTH OF JOY: Get Well

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14/05/2016
72


Genere: Classic Rock, Psychedelic Rock
Etichetta: Suburban Records
Distro: Audioglobe
Anno: 2016

L’Olanda non è solo patria di band metal molto apprezzate, che spaziano dal gothic al symphonic e che hanno nelle voci femminili il loro pezzo forte, ma con i qui presenti Birth Of Joy propone anche un sound figlio delle esperienze del rock classico anni ’70 in cui i fumi psichedelici iniziavano a propagarsi con immenso ardore. Da qualche anno a questa parte, la band che si districa tra Amsterdam e Enschede è stata attivissima soprattutto dal vivo, con un numero impressionante di concerti (450 date negli ultimi tre anni) che ne fanno tra le band europee del genere stoner rock psichedelico più attive. Nonostante ciò, risultano parecchio attivi anche in studio. Infatti ‘Get Well’ è il quinto album della compagine olandese in sette anni di carriera, esclusi demo, ep e il ‘Live At Ubu’ del 2014 Provengono da una formazione a base di pane ed MC5, ma evolvendosi hanno creato un suono che ricorda, nelle parti più prepotenti e tendenti al movimento, i Wolfmother , soprattutto nel modo di cantare di Kevin Stunnenberg. Una prepotenza che si lascia ben trasparire in un brano come “Carabiner”, in pieno stile Stockdale & co., assolutamente diretta e che si sostanzia dritta in faccia all’ascoltatore. Non solo prepotenza, ma i Birth Of Joy di ‘Get Well’ propongono anche momenti di autentica sospensione in suoni più algidi, come in “Numb”, dove Stunnenberg alza comunque la voce, ma sopra un tappeto sonoro pregno di densa leggerezza che nella seconda metà tende ad essere un po’ più grezzo con alcune taglienti linee di chitarra sempre dello stesso vocalist. Un brano che può rendere molto in sede live è “Meet At The Bottom” si alterna tra parti melodiche che sanno molto di psichedelico, a delle parti più aggressive che avranno ancora maggior peso e capacità proprio sopra un palco, grazie a delle tastiere di prim’ordine. Gli olandesi però sono tipi che sguazzano volentieri nelle epoche vintage anni ’60-‘70, che hanno regalato momenti di musica fondamentali, a partire da Doors e Deep Purple e percorrendo tutta la scia prima blues e poi stoner, e tutta pervasa da una psichedelia che si taglia col coltello. Di questa summa i Birth Of Joy  ne fanno un cocktail e la enfatizzano in “Midnight Cruise”. Le tastiere old school di Gertjan Gutman, che nel disco è impegnato anche al basso, sono presenti e tangibili lungo tutto l’album, e sanno essere sia cattive, disinvolte e continue nel loro suono, sia atmosferiche e placide, tanto più quando sono accompagnate da colpi di chitarra leggermente accennati, ma assolutamente in sintonia con le fluttuazioni mentali. Non si registrano particolari flessioni durante tutto l’album dal punto di vista della qualità compositiva. Quando sembra che si raggiungano momenti di stasi apparente, ecco che a quel punto la soglia di attenzione torna ad essere più alta grazie a fraseggi musicali degni di interesse. E' il caso soprattutto della title-track, il brano più lungo dell’album, che ad alcuni può sembrare fin troppo melenso e scarno di spunti, ma che invece, ascoltato con la dovuta attenzione e calma, riesce ad estrapolare comunque delle pagine interessanti. C’è anche spazio per sonorità che hanno un’evoluzione tribale, come nella conclusiva “Hands Down”: percussioni dal sound molto africano che senza remore si fanno protagoniste del brano assieme a sezioni musicali che portano l’ascoltatore a liberarsi dalle catene ed a dimostrare al mondo la propria voglia di vivere. La continua voglia di suonare e di esibire il proprio credo musicale ha permesso ancora una volta ai Birth Of Joy di creare un nuovo lavoro fatto bene e senza particolari sbavature, scrivendo l’ennesimo capitolo di una discografia finora senza cali di tensione. L’auspicio è che continuino a mantenere sostanzialmente questo ritmo, se la qualità continua a rimanere su buoni livelli.

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