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RUSSIAN CIRCLES

Uno dei migliori club della capitale per location, acustica ed amplificazione, ospita uno degli  eventi che già dalle premesse, dall’attesa spasmodica, dal pubblico intervenuto (ai limiti della capienza) sarà uno degli show dell’anno, e siamo solo all’inizio. I ricordi del live precedente (2015 all’Init) portano alla mente il concerto perfetto per volumi, setting dei suoni e scaletta; stasera il volume è abbondantemente più alto ed i colpi di batteria si sentono fin nelle profondità delle viscere, bassi talmente profondi che smuoverebbero la piramide di Cheope; in realtà allontanandoci dalle mura e piazzandoci al centro della sala tutto rientra negli standard prevedibili dalla catarticità di 'Guidance' (loro ultimo lavoro targato 2016), il quale si manifesta attraverso "Vorel" che come benvenuto ci disincrosta il calcare residuo che wc net non è stato capace di portar via. "Deficit", col suo incedere sludge sabbathiano da una scartavetrata alle pareti rendendole più lisce e confortevoli quando ci si appoggia; lo stoner noise di "309" ci sorprende coi suoi rallentamenti atmosferici ed improvvise esplosioni alla Entombed, privati però del suono crushing delle chitarre. Un inno alla gioia, "Afrika", celebrato da un drumming incessante, fa trasparire il positivismo dai suoni ed un turbine magnetico di fuzz psichedelico ci trasporta in un vortice di crescendo apocalittici; la tribale "Harper Lewis" passa dal math rock alla schizofrenia dei System Of A Down per sublimarsi nel post rock\post metal.

Con "1777" credevamo di far riposare le orecchie ed invece no, si sale subito di intensità con i vibrato intensi per cui sono famosi i Mono: un mix di suoni tra il post rock dei primi lavori viene improvvisamente interrotto da "Mota" col suo incedere postcore trascinante. La gobliniana e fagocitante "Mladek" ha nel basso slabbrato la sua colonna portante e l’attitudine a nefasti presagi la trasforma nell’orco senza pietà alcuna. E siamo già ai titoli di coda. Reclamati a gran voce si ripresentano col pezzo che tutti ci aspettavamo: "Young Blood", fin dalle prime note di basso ipnotico si solleva un ovazione, mentre i riff di chitarra equivalgono al "Raining Blood" degli Slayer, precursori di una parte finale caratterizzata da dissonanze di tutti i tipi che si dissolvono in un postcore di inusitate proporzioni. Anche stavolta nessuna interazione verbale della band col pubblico, ma poco importa quando la musica parla per loro. Totalizzanti.

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