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NAPOLI BRUCIA: La scena negli anni 2011/2016

Nbrucia

«Napoli è un sentimento. Un'altra cosa che ti è stata negata da questi anni di medioevo è stata quella di immergerti nella città in festa. Nessun altro posto sulla terra, dopo quel giorno, mi è parso così tanto oggetto di una possessione demoniaca e collettiva: Rio a carnevale sembra Stoccolma il due novembre, a confronto»
Maurizio De Giovanni - Il Resto Della Settimana, pp.107

Faccio mio questo pensiero di uno dei miei autori preferiti degli ultimi anni. Napoli, se vuole, può essere una bolgia. Spesso lo è. Anzi, lo è quasi sempre, nella vita di tutti i giorni. Ci sono momenti però in cui mette il piede in fallo. Ci sono lunghi minuti che si protraggono in ore in cui il sapore di occasione mancata si fa sempre più forte. Non sono solo i momenti di estenuante attesa, che scorrono pazienti aspettando che il gruppo di turno salga sul palco, attorno alla mezzanotte. Quelli si strascicano. Ma la cosa peggiore è vivere cinque anni in una città totalizzante come questa e trovare il rock e il metal in uno stato quasi catatonico. Mi aspettavo l'inferno, rispetto alla sepolta e irrecuperabile realtà di Potenza. Mi sono ritrovato poche ancore di salvezza a cui avvinghiarmi, che mi hanno dato tanto pur essendo isole nell'oceano dell'indifferenza.

I primi ad avere questo trattamento sono stati gli Astolfo Sulla Luna. Era il novembre 2012. Nell'ambito della manifestazione Novilunio, Dario Torre presentava il suo libro amarcord sulla scena napoletana degli anni Ottanta e Novanta, ma sul palco ho goduto di esibizioni uniche, visto che eravamo in una chiesetta sconsacrata nel centro storico, accanto a Santa Chiara. C'erano i Windrone (scomparsi nel nulla questi giovanissimi cantori sgangherati del noise), i Salice Cried, che si definivano "big stoner machine" e non si sentono da parecchio, L'Inguine di Daphne e i V-Device. Mi rimasero impressi nella mente gli Astolfo, perché fecero veramente a pezzi l'uditorio, per me fu una folgorazione, come quando ascolti le unghie farsi a pezzetti sulla lavagna e capisci con un certo sadismo che in fondo ti sta piacendo e quell'inferno è proprio ciò che aspettavi. Replicai con loro al locale di vico Quercia (era Sudterranea o era già diventato George Best? Nulla cambia perché adesso si chiama Music Melody Bar e sembra essersi purtroppo dato una calmata come generi coinvolti nelle serate), in apertura ai Gazebo Penguins. Per farla breve, li ho visti tre volte... e mezza, se includiamo l'esecuzione live di un loro brano in “Attenti al potenziale! Spaesamenti d’arte, letterari e urbani”, una convegno strambissimo per un ignorante come me, ma altamente interessante da profano. La soddisfazione di essere passato accanto a un gruppo in crescita, che ha pubblicato quest'anno il primo album lungo della sua carriera ('Psi quadro' detto anche forcone al quadrato per gli amici) dopo due EP, è direttamente proporzionale alla distanza che il trio ha percorso per arrivare a un tour con i Worst Gift nel Nord America.

Oramai Sergio e Alessandro non fanno più parte della redazione di Hardsounds, quindi posso parlarne liberamente. La loro band, gli Hangarvain, è stata un'altra bella esperienza di questi anni. Partiti dal singolo "Through The Space And Time", piacione, diretto e che ti si piazza in testa in un niente, hanno pubblicato due dischi e un EP acustico, passando dal southern hard rock a qualcosa di più moderno e professionale. Gli altri musicisti coinvolti sono cambiati, ma il cuore del gruppo sono loro. Sergio Toledo Mosca canta, Alessandro Liccardo suona (e come suona la chitarra) e nel frattempo li ho visti in un ignobile luogo discotecaro (Duel Beat) prima dei DGM, poi in un pub che di solito evito (ma che ha ospitato un paio di volte Pino Scotto) e infine all'Hades. Recuperato il disco uscito per la loro etichetta, Volcano Records. Si chiama 'Freaks' e si fa piacere non poco. Tra parentesi, questi signori hanno fatto suonare a Napoli per due volte quei DGM di cui vi dicevo prima, che se amate poco poco il metal non dovrebbero risultarvi nuovi e anzi, vi dovrebbe venire la curiosità: "ma perchè proprio i DGM?". Il mistero è presto svelato. Anche se leggete Mark Basile, l'eccelso cantante è campano e di nome fa Marco, insegna canto e questa cosa la scoprii da una persona che mai avrei pensato di citare su un sito metallozzo come questo: Andrea Arcella del Giardino Dei Semplici. Insomma si intrecciano storie di bei gruppi, ambiziosi quanto basta e pronti a diventare qualcosa di importante. Che sia l'inizio di un rinascimento per gli eventi napoletani? Se Volcano porterà -per dire- un gruppo al mese in città potrebbero sentirsene delle belle.

Un gruppo a cui mi sono legato non è stato fortunato come Astolfo e Hangarvain perché l'ho conosciuto verso la fine del mio quinquennio, ma ho fatto in tempo a vedere una esibizione dal vivo, comprare il cd, e prima ancora a piazzarli in una compilation Hardsounds. Sto parlando degli slabbrati, fusi, eppure precisi e concentrati Tuna de Tierra. Sono tre, sono desertici e fanno stoner/psichedelia pesante, molto blues, molto calore. Hanno pubblicato solo un EP per adesso, ma spero con tutto me stesso che potranno un giorno arrivare a pubblicare un disco lungo. Li ho visti alla seconda, grandissima edizione del King Of Stoned, primavera 2016, al Cellar Theory. Headliner erano i Kayleth, di scuola Argonauta, potentissimi e di livello. Il report è qui, nel caso voleste approfondire la conoscenza di questi ceffi. L'organizzazione di eventi più articolati e settoriali, come questo, necessita di un grandissimo impegno, ancor più intenso di quelli necessari per far venire il gruppo X da fuori e metterci vicino qualche gruppo locale. Credo che il collettivo Cattivi Guagliuni possa, se vuole, riuscire a gestire la situazione, portando alla nascita di una vera e propria scena heavy psych campana, magari con l'aiuto di altri agenti, che so, la butto lì, Heavy Psych Sound e Argonauta Records.

Ce ne sarebbero tante altre da raccontare, come il primo live a cui ho assistito a Napoli. Era l'autunno del 2011. Trovo con facilità il Sudterranea e mi imbatto in una specie di contest. Quattro gruppi. I primi due sono metalcore veramente ingenuo e con pochissimi spunti, non ricordo manco il nome delle band, so solo che gli amici sotto al palco sapevano tutte le canzoni a memoria e hanno fatto una cover di "The Darkest Nights" degli As I Lay Dying, il che dimostra come fossero poco metal e tanto inclini a certe facili melodie. Se mi state leggendo mi auguro che siate migliorati nel frattempo. I bambinetti scalcianti si fanno da parte quando sale sul palco un altro grosso rimpianto dei miei anni napoletani. I Blood Ravens hanno pubblicato un solo EP (recensito su queste pagine all'epoca) e non era niente male, un death metal spacca-deretano influenzato dalla mitologia egizia, i Nile e tutto quel metal grosso e minaccioso. Dopo poco si sfaldarono come neve al Sole, evidentemente. Non ne ho sentito più parlare. Un altro concerto da cui mi aspettavo molto di più è stato nel giugno 2012, e già dal nome avrei dovuto capire la situazione. Woodstock in Naples. Headliner Blaze Bayley. I gruppi più interessanti furono gli Annihilationmancer di Bruno Masulli, e a seguire molto coinvolgenti il rock in italiano degli Hydronika e la classe degli Your Tomorrow Alone. Questi ultimi si sono reincarnati nei Parodos e ne dicono un gran bene in giro di loro, mentre gli altri sono per lo più alle prese con nuovi arrangiamenti di brani già noti (Annihilationmancer) o nella promozione di album che comprendono canzoni pubblicate in precedenza, ma con un cantante diverso (Hydronika). Piccola nota di colore: l'entrata è costata 8 euro, ma sul biglietto un curioso errore ha fatto sì che fosse attestata 1/4 del prezzo effettivamente pagato. Ma guarda un po', la distrazione a volte...

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TATTOO RECORDS

Non poteva mancare la voce di uno degli storici luoghi della musica napoletana. "Il nostro negozio è aperto da trentatrè anni" dicono orgogliosi Enzo, che si occupa di jazz, e Nicola, il lato rock di Tattoo Records, che mi ha rivelato qualche dettaglio curioso e delle amare realtà della vita di un negozio di dischi.. Da forestiero impiantato nella città devo dire che Tattoo Records è come una piccola gemma in cui ti imbatti mentre stai a bocca aperta (per la bellezza delle vie e per addentare una pizza a portafoglio) per il centro storico. Via dei Tribunali, una parte di via Duomo, poi via San Biagio dei Librai e uno spiazzo quasi improvviso, in cui trovi dei contenitori pieni di dischi. "Siamo in un luogo strategico, di passaggio, nel ventre di Napoli, uno dei motivi per cui non abbiamo ancora chiuso". Chi di voi, anche di sfuggita non si è mai fermato a dare uno sguardo più o meno attento al loro contenuto? La mia discografia degli Skunk Anansie viene da lì, per dire. Come dico spesso ai miei amici che comprano ancora dischi, se ci fosse stato un equivalente di Tatto Records in Basilicata, con prezzi tra i 5 e i 10 euro, mi sarei rovinato molto prima. E invece dovevo scavare e trovare roba manco recente a almeno 12 euro e ritenermi fortunato. Maledetti negozi di Potenza. A prescindere da questo, Tattoo è chiaro esponente di un concetto nostalgico di musica. Nicola mi dice che lo spazio per il metal è diminuito rispetto al passato, che delle sonorità che piacciono a noi solo il rock tira ancora, e limitatamente alle offerte, poiché i dischi nuovi non vendono. Conseguenza dell'Internet, credo, visto che prima per ascoltare un album dovevi comprarlo appena potevi, mentre ora basta trafficare un po' e lo trovi, in modi legali e illegali, così da aspettare il momento giusto delle offerte nel caso ti piaccia. Il problema è che molti non fanno neanche questo discorso. Ma torniamo a Napoli. Di ricambio generazionale negli acquirenti di Tattoo non se ne parla proprio, e questo è un dato che va a contrastare con quanto leggerete  tra poco dalle parole di Roberto Toderico sui nuovi piccoli metallari. E allora o questi si riforniscono altrove o il cd, il disco, non è più un elemento fondamentale per la formazione del metallaro. La tristezza mi sale fino alla gola e me la attanaglia quando Nicola mi dice non solo che le vendite sono in costante e inesorabile calo di anno in anno, ma che a Napoli, città di oltre novecentomila abitanti, la terza d'Italia, si ritiene che un disco venda bene se ne sono state vendute più di CINQUANTA copie. Fanno eccezione alcune forti espressioni locali come i folk-rocker Foja, supportati dalla Full Heads. Uno spaccato di decadenza quello che ci viene dalla breve chiacchierata qui riportata, che mi conferma infine che se un negozio che fa parte dell'esperienza di ogni amante partenopeo della musica, di ogni genere, non ama partecipare alle tanto osannate fiere del disco, ci sarà pure un motivo. Che non voglio conoscere, non ho insistito, ma sono sotto gli occhi di tutti i prezzi per un tavolino di plastica e un espositore. 

ROBERTO TODERICO

Di lui non ho motivi per parlarne male e visto che già qualche tempo fa è stato ospite su queste pagine, essendo lui un fenomenale disegnatore che porto con orgoglio su due magliette e innumerevoli band fanno altrettanto con le sue copertine. Lascio subito la parola a lui, che nell'ombra scruta e osserva i movimenti del sottobosco napoletano. Sono sempre dell'opinione che sia ancora troppo poco conosciuto, ma i suoi lavori per Loudblast, Sinister, Asphyx e mille altre band, nonché altre grafiche per festivalini esplosivi come il Party San possono essere considerati un buon pedigree. 

In che gruppi hai suonato e in quali anni? Che atmosfera si respirava all'epoca? Trovavi supporto nei metallari dell'epoca, nei gestori dei locali e nei negozietti di dischi, magari?
Che io ricordi il mio primo gruppo effettivo sono stati i Sulphur (in seguito Burial in Sulphur: ci preoccupavamo di non avere lo stesso monicker di altri Sulphur che non si inculava nessuno...) negli anni che vanno dal 1999 al 2003. I Sulphur erano un canonico gruppo death metal con influenze dal grind al black... Avevamo troppe influenze: in effetti non si trovava pace con un genere subito associabile a noi e questo era in parte un bug, ma a parte questo è stato un gruppo molto attivo, tormentato (come al solito) dal punto di vista della line up, ma fondamentalmente eravamo io (alla voce) e Marcello D'Anna (chitarre, ideatore e compositore) le menti portanti del progetto. Detto questo, che non è di molto interesse, trovo che invece sia importante contestualizzarci nella Napoli dell'epoca: nella metà degli anni 90 Napoli era ancora un focolaio molto vivo di idee, punk, metallari, gente incazzata con tanta voglia di rompere tutto... l'estremo per il gusto dell'estremo, non avevamo bisogno di altro. Anche se giovanissimo riuscivo comunque a finire sempre locali e centri sociali a vedere concerti e rompermi qualche arto nel pogo... e come me molti coetanei, i giovani erano fuori casa tutta la notte a fare baldoria e i concerti erano l'attrazione principale. Qualche nome dell'epoca? Undertakers in primis, probabilmente il gruppo più seminale che Napoli abbia mai avuto. Fecero tour con grandi nomi dei 90's e i loro concerti me li ricordo come fosse ieri. A seguire c'era tutta una sfilza di gruppi metal di vario genere nati tra i 90 e i primi anni del 2000 che hanno tenuto viva la scena di quegli anni, tra i tanti ricordo: Funereum (death con varie influenze), Mournful (brutal), Triumphator (Black metal), Malvento (Black Metal), Hixi (Black), Sanguinaries (brutal), E.N.D. (thrash metal, ancora attivi), Silva Mala (Black), Captivus Diaboli (black/death), Nevrotic Hate (brutal), Difec-toy (core), Endorphine (thrash), Annihilationmancer (thrash), Nameless Crime (power metal), Larsen (power metal), Krom (heavy), Gort (raw black metal), Aequinoctium ( symphonic black) e molti altri... Come puoi vedere il panorama offriva molta scelta e gestori e locali erano più propensi a fare eventi (tranne quelle rare volte in cui il locale è stato messo sotto sopra da un orda di bestie incazzate e il metal è stato messo alla porta). Anche se i gruppi andavano e venivano il Metal aveva sempre un seguito, i negozi di dischi erano zeppi di leccornie: nei 90's Fonoteca e Flying Records (poi diventato Sound Check) e Tattoo Records (l'ultimo record store ancora in vita)  erano i più forniti e popolati, poi verso la fine dei 90 Zappa Records fu uno dei più importanti baluardi della scena Death e Black a Napoli... li arrivavano dischi di cui nessuno aveva mai sentito neanche parlare... all'epoca ovviamente eheh. Dai primi anni del 2000 in poi, quella che si poteva chiamare decisamente "scena", perchè luoghi e gruppi erano vivi, creavano seguito e portavano novità, iniziò a scemare. A mio avviso perchè non vi erano eventi di rilevanza che attirassero più di tanto... Fu così che, mentre nelle bettole più scure un manipolo di duri a morire iniziò ad organizzare veri party-metal (sotto il nome di Cattiveriia), dall'altra parte nacque la Delirio Concerti (guidata da Dino del gruppo Captivus Diaboli) che creò festival memorabili con gruppi di altissimo livello per diversi anni. Che ci crediate o meno a Napoli hanno suonato: Dismember, Entombed, Sodom, Vomitory, Master, Anathema, Vader, Assassin, Impaled Nazarene, Destruction e Dissection (alla faccia del cazzo insomma) Giusto per citarne alcuni. Perchè nel Metal si sia fermato tutto ad un certo punto ha molteplici motivazioni... difficile dire quale sia stata quella principale. Io nel frattempo sto qui nell'ombra, osservo e aspetto.

I Radsters con te alla voce sono stati tra i primi gruppi della mia epopea napoletana, lo sai?
I Radsters sono stati l'unica cosa buona che io abbia mai fatto in musica. Sono tutto quello che volevo da un gruppo dall'inizio fino alla mia uscita... Volevamo velocità, l'avevamo. Volevamo "cazzimma" l'avevamo. Volevamo scatenare botte da orbi nei live, ne avevamo facoltà. Volevamo I Motorhead, gli Zeke, i Peter Pan Speedrock, i Supersuckers, i Black Flag. Ora da spettatore dei loro attuali live posso con fierezza dire che ci sta tutto questo e oltre. Perchè li ho lasciati? Perchè ad un certo punto della mia vita ho capito che se volevo ottenere il massimo dalla mia attuale missione di vita di "artista per il Metal" dovevo lasciare tutto e dedicarmici al 666%. Il piano ha funzionato, lasciare i Radsters è stato il prezzo da pagare. Siamo ancora amici? Si, sono sempre tutti i miei fottutissimi fratelli.

Che differenze di ideali, di modi di fare, di gente c'è tra il "prima" (Burial in Sulphur), il dopo (i Radsters) e ora, in cui ti esprimi tramite i tuoi disegni?
Penso che tutto sia parte di un percorso personale, sono cambiato molto negli anni, prima urlare per un gruppo Death Metal era il massimo, ero un incazzato incurabile, ma il Death per quanto mi piaccia sempre è per me come i tatuaggi: calza meglio sugli altri che su di me. Con i Radsters tutta la mia energia non era buttata nel cesso in incazzature perenni, il motto era "party-hard sempre e comunque", penso ne tengano ancora molto conto eheh. Ad oggi invece mi sento di essere arrivato ad un livello del tutto diverso, sono quasi una presenza non un membro effettivo, faccio parte di tutti i gruppi e di nessuno. Lascio la mia traccia e poi svanisco... (paura eh?) Mi da un immensa soddisfazione personale fare tutto il possibile per completare l'opera di una band. Dietro una band ci sono sforzi personali, economici, fisici che nessuno può capire se non ci è stato dentro fino al collo, un tempo dicevo: Avere una band è come avere una storia con 5 ragazze cacacazzi. Ecco, io faccio il mio perchè tutti quegli sforzi abbiamo la giusta visibilità e quando questo funziona non c'è niente che mi possa fare più felice.

Da Napoli è uscito qualcosa di serio e importante in ambito metal? E in particolare negli ultimi cinque anni?
Gli ultimi anni hanno visto come protagonisti assoluti i Naga, per chi non lo sapesse sono un trio di bestie che portano suoni atroci a volumi illegali (traduci con Doom Metal con influenze varie ed occulte). Ormai si vedono un pò ovunque visto che sono molto attivi live e in tour, hanno avuto un evoluzione notevole negli anni e ora che sono maturi e più neri che mai meritano tutta l'attenzione che anno. Non si può dire che siano attivi allo stesso modo, ma altri gruppi ma che hanno fatto ottimi album sono Deflagrator (Black/Thrash) e Nameless Crime con l'ultimo disco su Revalve Rec. che a mio avviso è bellissimo. Intanto nell'underground campano si muovono nuovi (e vecchi) volti come: Amphist (seminale gruppo grind/black beneventano), Parodos (progressive Black), gli storici E.N.D. già sopracitati, Symbolyc (death metal),  Mors Spei (black metal), il progetto SCUORN (epic black) ed altro in fase embrionale... fortunatamente.

Ma c'è un pubblico metal da sfamare a Napoli? I metallari sono aumentati o diminuiti rispetto a quando eri in una band? Sono cambiati? Ecco, ti consideri uno dei grandi antichi del metal napoletano?
I metallari sono cambiati, ci sono ma non si vedono, sono giovani come lo eravamo noi ma sono fermi come balene arenate, sono esteticamente i "soliti metallari" magari con un acconciatura diversa, ma col cazzo che li vedi tutti dove dovrebbero stare... uscire dal tunnel dei social networks e degli album su youtube è un duro percorso a quanto pare.
Io antico? Naaa, abbatto ancora i muri a testate. Antico lo dici a sor#@! ;)

Si può parlare di una comunità metal che in massa va a tal concerto per supportare tale gruppo che viene da fuori regione?
Più che comunità parlerei di "duri a morire" che fanno di tutto per portare concerti in tutta italia e passare una bella serata tra amici... Negli anni abbiamo conosciuto band da tutt'italia qui a Napoli. Paradossalmente non sono i metallari a portare gran parte del metal nostrano qui ma è tutto merito dell'incredibile scena rock'n'roll / punk Napoletana che non avendo paraocchi e pregiudizi ha fatto suonare da noi gruppi di veri eroi come i fratelli fiorentini Violentor e quelli siculi Bunker 66, tanto per citarne alcuni.

A questo proposito, non ricordo un numero consistente di eventi di rilevanza internazionale tenutisi a Napoli negli ultimi cinque anni. 2012: Blaze Bayley, 2013: Rotting Christ e Forgotten Tomb, novembre 2016: Negura Bunget... Poi?  C'è un motivo per cui in una città tra le più grandi d'Italia ci sia una carenza di concerti di questo tipo? Mi pare che ci siano stati anche i Master, ma che le cose non siano andate poi così bene... Come te lo spieghi?
Visto che parte di questa risposta risiede in quella sorta di romanzo che ti ho scritto all'inizio, ti aggiungerei che neanche un anno fa sono venuti a trovarci anche gli E-Force (gruppo dell'ex Voivod Eric Forrest) e i thrashers Chronosphere dalla Grecia. Gli eventi sono rari, quando ci sono la gente o non partecipa per pigrizia o per fare dispetto a qualcuno (Ha! italianità...quanta pochezza!) e quindi tutto finisce in un one-shot o in un flop totale. Mi ha fatto profondamente piacere invece vedere una cascata di nuove leve alla data dei Fleshgod Apocalypse di pochi giorni fa grazie a Valhalla Agency [l'intervista risale allo scorso autunno, ma è pubblicata solo ora a causa di alcune persone che con poca serietà si sono fatte inviare le domande e alla fine non hanno più dato segni di vita, vi voglio bene lo stesso, ndFrag]. Incrocio le dita per loro.

Che ne pensi delle cover band?
A Napoli come in gran parte dell'italia non c'è più cultura della musica, ma allora un musicista che deve fare? si deve ammazzare? ed ecco che nasce la cover band... passione? No, solo sopravvivenza. E i gestori dei locali ci sguazzano.

Forse il problema sono i locali non adatti? Cosa hanno fatto i gestori dei locali per il metal nel quinquennio 2011-2016? E cosa facevano prima di diverso? Se non hanno cambiato, non è ora che lo facciano? O forse a Napoli mancano Satana e Cthulhu?
A Napoli non manca niente e penso anche nel resto del Paese... Ma i tempi sono cambiati, ora si ottiene troppo non muovendo un dito dalla poltrona, se non si crea necessità non ci sarà mai nuova richiesta... E' il Disagio che aguzza l'ingegno. Sbaglio? :)
Prima stesura del vangelo secondo Bobbe, anno 2016AD

(Franz Foto - Francesco Sangiovanni Fotografia)

MARIO ORSINI

Una panoramica sulla musica del capoluogo campano sarebbe stata incompleta se non avessi avuto l'opportunità di interpellare quell'ammasso di capelli che si è visto in una moltitudine di eventi napoletani di questi ultimi anni. Se nominate un concerto che pur lontanamente è imparentato con tutto ciò che si può definire -core, state sicuri che lui c'era. Sì, lo so che lo state pensando: è un piezz e core, in tutti i sensi, di questa città. Mario Orsini non ha peli sulla lingua, ce li ha tutti in testa, e ha delineato un quadro completo della scena, avendo le mani in pasta in un gruppo (La Via Degli Astronauti) e nell'organizzazione dei concerti nella zona partenopea. Più chiari di così...

La scena punk/hc napoletana sembra più attiva di quella metal o sbaglio? Come te lo spieghi? Ci sono interazioni positive/negative tra di loro? Ricordi quella canzone degli Sham 69 che dice: “If the Kids are united, they will never be divided” ? Ecco io penso che in parte in questa canzone c’è la risposta alla tua domanda. E’ una questione di background culturale. La mia infanzia, come quella di tanti “hardcore kids” si è divisa egualmente tra cameretta e centri Sociali, rispetto ai nostri cugini metallari direi che c’è una componente sociale molto ben presente, tendenzialmente essendo l’HC un modo di fare le cose e non un “genere” musicale esso si presta ad una interdisciplinarietà che al Metal manca. Aggiungici che pochissime persone nel mondo del Punk hanno la pretesa di vivere della propria musica ed il quadro è completo. Le interazioni ci sono eccome, io stesso ho sempre lottato perché i due mondi dialogassero come è avvenuto in altri parti del mondo, portando bands qui a Napoli che possiamo dire tranquillamente facciano Metal, ma che hanno un attitudine ed un modo di fare che nulla ha a che vedere con i “divismi” che spesso vedi nel metal. Mi viene in mente il lavoro fatto per esempio con i Naga, band Doom napoletana che è diventata un punto di riferimento per tutta una serie di realtà anche estere. O chessò questa estate all’Evil Fest gli organizzatori hanno chiamato bands interessantissime che nulla c’entrano con il Metal. Poi è normale che ci siano i Metallari “classiconi” che pensano che siamo tipo degli Hipsters perché meno attaccati ad un genere che negli anni si è rivelato poco aperto a cambiamenti e cristallizzato in un’estetica che ci ha anche un po’stufato. A queste persone ricorderei che i Converge non hanno nulla di meno degli Entombed e che io i Metallica e gli Iron Maiden me li sono visti nel 2003.

Si può pensare di organizzare eventi di una certa rilevanza a Napoli oltre a quelli nei vari, piccoli locali della città? Ricordo i Discharge nel 2013. Fu un episodio isolato? Si può pensare ma ci dovrebbe essere una presa di coscienza da parte di Bands, promoters e Agenzie di Bookings Internazionale. La questione non è semplice: i prezzi dovrebbero cambiare. Napoli non è Milano e non ha il suo stesso bacino di utenza, è per giunta refrattaria all’hard listening che è qualcosa che spesso si sviluppa in fasce sociali che potremmo definire “borghesi”, insomma è una città troppo proletaria perché ci siano gli stessi numeri che ci sono in altre parti d’Italia e d’Europa. Poi spesso le agenzie destinano troppe poche date all’Italia perché una band si spinga qui giù e la frittata è fatta. Perché se una band scende fino a Napoli e poi a risalire c’è il deserto, perché in Toscana o nel Centro Italia non mi sembra che le cose vadano meglio, allora avrà una data “in perdita”. Quindi diciamo che non sono episodi isolati quelli dei Discharge, ma sicuramente sporadici e figli di un gran lavoro che spesso non è seguito dai risultati desiderati.

Qual è la situazione dei centri sociali e degli spazi occupati? C'è spazio per la musica? Napoli è sempre piena di Musica, non vedo perché i centri sociali dovrebbero essere da meno. Certo non sempre è la musica che piace a me o a noi. Spesso rinfaccio ai “compagni” di avere dei gusti da qualunquisti e che esprimono poca curiosità ma questi nuovi spazi che hanno lasciato la dicitura “occupato” per la più romantica “liberato” mi piacciono molto e stanno dando sempre più spazio a certe cose, soprattutto nel nome della tutela del mondo delle autoproduzioni.

Che i centri sociali possano essere o meno aperti a certi generi musicali è un conto. Ma invece i gestori dei locali, che in teoria dovrebbero esserlo per vocazione (o qualcosa del genere, non formalizziamoci sui termini) come lavorano, secondo te? Si sono adeguati al 2016 o sono rimasti fermi sulle loro posizioni? Al netto di odiosi mancati pagamenti di semplici rimborsi spese o persino di un sudicio panino... Dipende sempre dal locale. La mia esperienza con i locali di Napoli è sempre stata positiva vuoi perché in generale li riempio, vuoi perché su tutta una serie di spese e questioni li bypasso assumendomi la produzione dell’evento in toto. Questa cosa la faccio perché non voglio fare buchi ai locali perché mi interessa avere una certa continuità con gli eventi. E’ sempre brutto vedere il proprio lavoro di anni buttato nel cesso da un gestore che ti può chiudere le porte in faccia perché chessò il tuo pubblico quella sera non ha bevuto abbastanza. Poi a sentire le esperienze altrui Napoli ed i suoi gestori di Locali sono l’inferno, ma secondo me quelli che dicono queste cose sono persone che probabilmente non hanno un seguito e fanno loro stessi musica che non si è adeguata ai gusti del 2016.

A proposito di locali, ne avrai visti cambiare diversi. Come giudichi la trasformazione del vecchio Sudterranea/Best in MMB e nella sua sostanziale chiusura a certa musica? E inoltre, che fine ha fatto il Mamamu? Oddio questa è una domanda veramente molto personale avendo lavorato io alla porta in quel locale per quasi 5 anni e passando attraverso ben 3 gestioni diverse. Avrei molte cose da dire ma sarò sintetico. In una mondo in cui un certo Indie Italiota, che prima faceva campare questi Locali, per bacino di utenza adesso si trova a riempire chessò il Lanificio, non capisco la chiusura verso certe cose, lo trovo controproducente. Per quanto riguarda il Mamamù, dopo una piccola parentesi di gestione Fallodischi so che dovrebbe riaprire. Ma non so di più.

Vedi una sorta di contrapposizione tra vecchi esponenti della scena e ragazzi giovani che stanno emergendo? Penso ai Kairo, ad esempio. C'è un supporto reciproco, in termini di presenza ai concerti, o ci si scorna a vicenda facendosi dispetti? Ho cominciato tesserando alle mie serate i miei coetanei ed i vecchi punks di questa città, oggi continuo a farlo ma si sono aggiunti anche i 98. Qualcuno dice che si stava meglio prima, io non lo ascolto anche perché “prima” c’ero. Napoli deficita di “Campanilismo”, hai fatto bene a citarmi i Kairo ma proprio loro sono amatissimi e seguitissimi nella nostra città anche fuori contesto. Mi piacerebbe che fossero più seguiti fuori da Napoli se proprio lo vuoi sapere, ma c’è sta maledizione che ci attanaglia che se non facciamo i “Napoletani” non siamo vendibili.

Vedi differenze nell'approccio delle band napoletane alla musica rispetto a dieci anni fa? E il pubblico? Come reagisce? Vedo una certa omologazione per quanto riguarda la musica cantata in Napoletano, ma come dicono i Marnero: Solo i pesci morti seguono la corrente. Per quanto riguarda il metal, il punk e l’hardcore vedo sempre più spesso progetti validissimi. Il pubblico poi è la cosa più bella di Napoli: attento, affamato, curioso, critico e preparato. Non posso lamentarmi.

Non so se sia strettamente collegato, ma sicurmente negli ultimi anni si sono visti diverse volte i fantastici Marnero qui a Napoli. Altri gruppi italiani che hanno dato una svolta alla città, almeno per una sera? Non so, sicuramente aver portato Calcutta o IOSONOUNCANE in tempi non sospetti è oggi significativo. Poi ci sono i Raein, i La Quiete. C’è gente che ancora mi ringrazia per i Fine Before You Came che però non ho organizzato io, o chessò i Gazebo Penguins.

Come nacque Fallo Dischi e quale soddisfazione più grande ti ha dato? Il miglior ricordo che hai dell'organizzazione di eventi in quanto esponente "fallico"? Fallodischi l’abbiamo fatta nascere io ed Alessio, ex frontman dei L’Amo oggi cantante e chitarra dei GIONA. E’ nata durante la presentazione di una compilation “tributo” ai Fugazi che si chiamava “You have no control”. Fu fatta dall’allora attivissimo collettivo Get Up Kids che si occupava di promuovere il concetto di autoproduzioni qui a Napoli. Nacque sostanzialmente per promuovere la musica dei La Via degli Astronauti, la mia band e dei L’Amo. Poi ci siamo guardati intorno e ci siamo resi conto che c’erano troppi dischi validi in giro per non provare a dare una mano a far scoprire tutte queste gemme rare. Per quanto riguarda le soddisfazioni del periodo “fallico” mi emoziona tantissimo pensare al festival di due giorni che organizzavamo il “Se Ti Diverti sei uno Stronzo” dove la gente faceva a gara da mezza italia e non solo per venirci a suonare. E poi la faccia dei Loma Prieta, americani di San Francisco, abituati agli spazi immensi delle metropoli americane, sbalorditi dinanzi al modo di vivere intimo che abbiamo qui a Napoli. Ripetevano continuamente questa parola: intimacy.

La sua fine cosa ti ha insegnato? Sto dando per scontato che sia andato tutto a puttane dato che non se ne sente più parlare. Mi spiace contraddirti, Fallodischi sarebbe dovuta morire con la mia uscita in quanto fondatore ed essendo basata su un contratto tra gentiluomini. Ma essendo che in questa storia i gentiluomini non risultano pervenuti, i miei ex soci continuano a portarla avanti forse anche per farmi un dispetto. Ma io non me ne curo, la sua narrazione per me volgeva al termine ed eravamo dinanzi ad una svolta che poi altri colleghi in Italia hanno intrapreso e cioè quella di fare l’etichetta indipendente con le pratiche di una major, ma per gli sfigati. Un discorso che non mi appartiene minimamente. Non so cosa stiano facendo ed anzi mi fa pure un po’ di tristezza che tu mi dica che non se ne sente più parlare, perché mi fa pensare che in fin dei conti abbia avuto ragione io mio malgrado. Che cosa ho imparato? Che l’amicizia non è affiliazione e che se vuoi fare certe cose hai sempre bisogno degli “altri”. Perché tutta sta gente che corre da sola, ancora non ho capito dove vuole arrivare.

Controcanti invece cos'è? Un esperimento, una realtà o... semplicemente te stesso? Controcanti sono io, slegato come l’osso ioide ma impossibile a funzionare senza i miei Amici e le persone che girano intorno a questa cosa. Mi sono dovuto prendere una pausa di quasi un anno prima di tornare a fare cose. Diciamo che fa le stesse cose di Fallodischi rimanendo “radicale” sulle cose importanti, senza bisogno di perdersi nella guerra delle misure dei cazzi. Anche perché sappiamo già di avercelo più lungo.

Insomma, Napoli, città di circa un milione di abitanti, dal punto di vista della scena musicale, sta vivendo al di sopra o al di sotto delle proprie possibilità? Da quali altre città bisognerebbe prendere esempio? Se conti l’hinterland e devi contarlo perché la gente della provincia affolla le serate forse ancora più dei residenti in città, a Napoli siamo quasi tre milioni, spiazzante vero ? Stiamo sicuramente vivendo al di sotto delle nostre possibilità. Mi chiedi da quale altre città bisognerebbe prendere esempio ? In Italia non me ne viene in mente nessuna. Hanno tutte la vita troppo semplice. L’unica città a cui vorrei ci ispirassimo condivide con noi lo stesso parallelo, il 41°, questa città si chiama New York.

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