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METALLICA: Storie di un artwork

Kill em all metallica

La copertina di un album ha un’importanza basilare nella espressione artistica di un musicista o di una band, perché è in fin dei conti una dimostrazione d’arte e rappresenta l’artista a livello figurativo. L'artwork di un disco è inevitabilmente una presentazione, sia dell’album, sia del musicista, che nasce dalla scelta di potersi esprimere musicalmente ed esteticamente. Esse non sono mai scelte a caso, anzi, la loro creazione a volte può essere un arduo compito, poichè, che piaccia o meno, la copertina suscita un'impressione e conseguentemente anche una critica. Quindi perchè non recensirle? Ecco perchè nasce Art Over Covers: l'intento è quello di dare voce alle copertine degli album.

Un martello che inchioda, fissa la storia sulla parete della storia stessa, più che uccidere. Un martello che sfonda quel muro, lasciando aperto un varco per farla fluire, la storia. La crepa che ormai suona scricchiolii di minaccia, finalmente si lascia andare; tutto viene giù. 1983. Fu la rottura definitiva della diga che arginava il metal e l’harcore punk, fu una collisione di velocità e potenza, fu una martellata. L’inizio di fatto del thrash metal, o perlomeno una bella spallata alla sua porta. Che probabilmente, come prevedibile, il sangue è il sangue dei ben pensanti, di chi ostacola uno stile di vita “libero”, in un mondo perfetto reaganiano all’apice del suo splendore. Ma sono i generi, le “etichette” ad essere colpite a morte. Uccise definitivamente senza possibilità di ritorno; “Bang that head that doesn’t bang” capeggia sul retro di copertina, appunto. La mano che impugnerà/impugnava il legno, è la classica “hand behind window” dei film horror. In dissolvenza, immateriale e giustamente impossibilitata a qualsiasi azione prensile, rendendo tutto irreale e fittizio, lontano dalla magia macabra. Stereotipata, trasognata e bellissima, la foto di Gary L. Heard è legata al contenuto del disco in maniera indelebile. Ne richiama la muscolarità e la crudezza quasi nuda, secca e ruvida. Ingranaggi non lubrificati spinti a 3000. Il bel quadretto allegro è incorniciato a dovere di rosso, sovrastato dalla scritta-icona Metallica, che fu presente già dai tempi di “No Life ’Till Leather” (uscito nel 1982 su cassetta) e resterà in eterno, uno dei simboli più riconoscibili ed importanti al mondo: come i Kiss, la Q dei Queen e la mela della Apple. “Quando l’heavy metal cambia è sempre un evento. Una trasfusione di sangue nuovo e giovane. E poi c’è la questione del primato, cioè, tutti vogliono il primato.” P. K.

A cura di Alberto Massaccesi

Per ulteriori approfondimenti: http://artovercovers.com/

 


Nel nero dipinto di nero. Una lastra buia che non lascia via d’uscita. Tutto è nero, come le tenebre primordiali, come l’inchiostro indelebile che penetra nella pelle come un tatuaggio colorato di un non-colore. Non tutti lo conoscono come “Metallica”. In molti lo venerano come “The Black Album”. Correva l’anno 1991, ed ecco il funereo successore del precedente e candido “…And Justice for All”. “The Black Album” vanta il record di essere stato il disco più venduto nella storia della band americana, d’altro canto, come rovescio della medaglia, sarà anche il più odiato dai fan “old school”, in quanto, le sonorità thrash metal lasceranno spazio a un sound più diretto e, maledettamente commerciale. Nonostante la sua magica versatilità da hits ai primi posti in classifica e il conseguente catapultamento nello showbiz, l’album nasconde dietro di sé una parte molto più oscura. Non solo il nome della band è appena leggibile, ma con un colore appena più chiaro del fosco nero, si nota un serpente sul lato destro. Il serpente simbolicamente si distingue come il contrario dell’uomo perché è freddo, senza zampe e peli. È il suo opposto e quindi un suo avversario. Inoltre può avere anche un riferimento sessuale e fallico. Questo rettile nell’immagine è attorcigliato su sé stesso formando tre spire. Provate a rifletterlo orizzontalmente, non leggete un numero di tre cifre in queste spirali? Sì avete visto giusto, il numero è il 666. Eccovi il codice dell’anticristo per eccellenza e simbolo del satanismo. Ma per quale motivo sbilanciarsi così tanto? La risposta è in una canzone: “The God That Failed”, “il dio che ha fallito”, riferita all’odio di James verso la religione. Che Hetfield non fosse un fan del Signore ne aveva già dato dimostrazione con le canzoni “The Four Horsemen” e “Creeping Death” dei precedenti lavori, ma con questa traccia si lascia ben poco spazio a diverse interpretazioni. Qui il cantante si scaglia tagliente contro ogni forma di credo. La sua avversione verso la dottrina si dice sia stata dovuta da una traumatica esperienza che lo segnò fin da bambino, in quanto seguita assiduamente dai suoi genitori adepti alla setta del Cristianesimo Scientista. “Decide just what you believe!!!”

A cura di Sara “Shifter” Pellucchi

 


Chi l’avrebbe detto che i metallari avessero un senso spiccato per l’arte moderna? Tra il 1996 e il 1997 i Metallica pubblicano i due dischi più discussi: “Load” e “Reload”. Due fratelli che sarebbero dovuti rimanere gemelli per un’unica uscita, decisione poi che sarà cambiata all’unanimità tra il produttore Bob Rock e la band stessa. I lavori vedono la luce a un anno di distanza per mantenere un unico “cordone ombelicale conduttore”. Parallelamente i due dischi manterranno inalterate le loro somiglianze staccate dalle precedenti uscite. Un esempio di ciò è il cambiamento musicale; i riff veloci di chitarra anni ’80 sono ormai lontani, sostituiti completamente da influenze hard rock e blues. Artisticamente il logo Metallica perde la sua forma accattivante con la tipica M e A ingigantite a forma di dardi ninja per lasciare le due lettere solo appena più grandi, per ottenere una scritta più uniforme ed elegante; avranno solo il finale delle estremità esterne solo leggermente allungate. Addio capelli lunghi; anche qui il quartetto opterà per acconciature nettamente più corte e un dress-code metallozzo ma elegante con vaghi accenni alla loro cultura. I booklet sono formati da molte fotografie che ritraggono i four horsemen durante le esibizioni live, nel backstage e in photoset dallo stile kitch (giusto un tocco di rossetto, un po’ di kajal, pantaloni pitonati e siamo pronti per uscire!). Non ci sono tutti i testi delle canzoni, ne verranno solo scelti alcuni, scritti a mano e decorati tutt’intorno con macchie di inchiostro e fori di proiettili. Ma quello che incuriosisce più di tutto sono proprio le copertine. Se a prima vista le due immagini possono sembrarvi solo delle macchie colorate vi sbagliate, perché stiamo parlando di due vere opere d’arte che portano la firma dell’artista moderno Andres Serrano, realizzate nel 1990 (fotografate dal famosissimo Anton Corbijn). Come siano venuti a conoscenza di un artista del genere è ancora un mistero, probabilmente è stata la sua fama a presentarlo a loro. È famoso infatti per opere dissacranti e violente, dove utilizza fluidi corporei e cadaveri, portando alla deformità il soggetto. La sua opera più famosa si intitola “Piss Christ”, nella quale è rappresentato un crocifisso immerso nella sua urina. Ci si ricollega nuovamente alla teoria antireligiosa di Hetfield, ma nelle due cover a farla da padrone non ci sono soggetti sacri, bensì sperma e sangue bovino inseriti tra due fogli di plexiglas. Serrano però non vanta originalità di tecnica, l’esclusiva dell’utilizzo del plexiglas per l’arte va a Armand Pierre Fernandez, noto come Arman, che infrangeva gli oggetti del consumismo dell’uomo per immergerli in scatole trasparenti. Forse anche qui il significato artistico può essere simile; anziché scomporre qualcosa di materiale, si distrugge qualcosa di organico. Non si smembra l’ingranaggio della futilità oggettistica ma interiore, personale, fino ad arrivare all’annullamento corporeo, andando sempre più a livello introspettivo. I testi delle canzoni raccontano infatti vicende personali, come se si immaginasse un bisturi che si immerge nelle viscere per espellere lo specchio dell’anima.

A cura di Sara “Shifter” Pellucchi


Perchè Metallica?

Incredibile, ma vero. Il nome della band simbolo del metallo avrebbe potuto essere quello di un magazine esclusivamente dedicato all’heavy metal. Per fortuna al batterista (Lars Ulrich) è venuto in mente che una sigla tanto azzeccata calzava alla perfezione per il suo gruppo.

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