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RANCHO BIZZARRO: Rancho Bizzarro

data

30/10/2017
70


Genere: Stoner Hard Rock
Etichetta: Argonauta Records
Distro:
Anno: 2017

Album d'esordio per la stoner band italica che risponde al curioso nome, dal vago sapore western, di Rancho Bizzarro che dimostra quanto sia viva ed in fermento la scena stoner, in particolar modo nella nostra penisola. Non si può far a meno di notare come il genere stia godendo di un nuovo rinverdimento e come le varie etichette discografiche europee, più o meno grandi, stiano producendo moltissimi validi gruppi ormai a briglia sciolta, accaparrandosi band che sembrano spuntare come funghi all'interno del più ampio panorama rock. I Rancho Bizzarro sono una realtà particolare di band che abbiamo avuto già modo di incontrare, una "jam-band" che propone uno stoner rock strumentale  molto influenzato dalle sonorità psichedeliche proprie degli anni settanta. Ventate di calore desertico misto a melodie cristalline e lisergiche e bordate di distorsioni fuzz come da tradizione, non ci sono compromessi o fronzoli di sorta, prendere o lasciare, questo è il motto. Si parte da "Five Hermanos" che sintetizza in note quanto già abbiamo detto, ponendosi come un brano dal forte appeal desert rock sul quale insistono soli di chitarra acidi che fanno richiamo all'hard rock più ruvido e sfacciato; meno convincente la resa della batteria che in particolare su questo brano risulta un po' troppo ovattata. Di tutt'altra pasta invece "Incredible Bongo", pezzo etereo che ha il compito di smorzare i toni e farci riprendere un attimo fiato. I ritmi rallentano, restano le distorsioni sature ma il sound si arricchisce anche di nuove sfumature più ingentilite e cristalline, lasciando anche al basso lo spazio giusto per esprimersi al meglio con un buon riff che si fa strada tra le trame di chitarra, a tratti vagamente bluesy, intessute da Matteo Micheli e Marco Gambicorti. Sulla stessa scia, legato a doppio filo, si pone anche "Mood Brant", brano atmosferico e inebriante che guadagna un posto sul podio dei pezzi più riusciti del platter e nel quale si riescono a cogliere le predominanti influenze psych-rock, il tutto penalizzato solo da qualche piccola imperfezione della chitarra solista, a voler essere proprio mninuziosi. Ma la medaglia d'oro è ampiamente e senza dubbio da attribuirsi a "Katching" che ci fa sprofondare negli abissi del doom con un riff d'apertura pachidermico e asfissiante; il brano si trascina lento e pesante, scandito dalla ritmica portante cavernosa e baritona sulla quale insiste a più riprese la chitarra solista che incastra una serie di soli ben eseguiti e di pregevole gusto melodico. A "Mr. Aloba" invece spetta il compito di dare il commiato, brano particolare e catchy che richiama più degli altri le influenze hard rock puntando più degli altri sull'immediatezza e sull'easy listning. L'immagine che esce fuori dopo questi sette brani è quella di una band coesa che, seppur "costretta" tra le quattro mura di una sala di incisione, non perde il proprio stile legato all'improvvisazione, ad un "flusso di coscienza" emozionale e trascinante che prova a comunicarci con la propria musica che ci aiuta almeno per una manciata di minuti ad ottenebrare i nostri stanchi e logori sensi.

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