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MANGONG: Mangong Awakens

data

23/01/2017
65


Genere: Doom Metal
Etichetta: Argonauta Records
Distro:
Anno: 2017

I Mangong sono una band di Baltimora di recente fondazione, ma che al suo interno può vantare membri di rodata esperienza tra le fila degli Iron Man, Revelation e Beelzefuzz. Da questo connubio di esperienze che vanno dall'hard rock al doom (principalmente), non poteva che nascere un "supergruppo" dedito al doom più oltranzista che non manca di offrire però qualche spunto di originalità capace di stuzzicare la curiosità degli appassionati del genere. Tra le trame di questo primo full length ciò che balza agli occhi (o meglio alle orecchie) è sicuramente l'ampio tributo dedicato ai Black Sabbath nella loro prima incarnazione che va dal 1970 al 1978 (la "Ozzy Era") che si manifesta con citazioni chitarristiche e inflessioni vocali ispirate al Madman. "Meld" ad esempio riesce a fondere una ritmica fuzz in stile stoner rock molto ritmata ad una linea vocale che ricorda molto quella celebre e inconfondibile di Ozzy; mentre l'ultimo brano, "Eyes Wide Shut" che richiama l'omonimo film di Kubrick e che rappresenta forse il pezzo più pesante e lento dell'intero platter, ci riporta alla mente l'incedere cadenzato dalle liriche dolenti di brani quali "Electric Funeral". Ma come già detto poco sopra, all'interno del platter, tra i pezzi più spiccatamente doom, tra i quali possiamo sicuramente annoverare anche l'apripista "Time Is A Prison" e la lenta ed onirica "A Tongue Full Of Lies" con le sue atmosfere rarefatte, non mancano quelli dotati di una propria spiccata personalità, capaci di distinguersi per quel tocco di originalità che rappresenta quel quid vincente."Modern Day Concubine" rappresenta sicuramente la sintesi di tutto questo presentandosi come un brano dall'appeal "alternative" e ruvido; probabilmente il pezzo più sperimentale dell'intero disco. Voci e chitarre filtrate scandite da una linea di basso marcata e presente che paiono voler strizzare l'occhio ai primi White Zombie. Last but not the least, la doppietta "Ab Intra" e "Of Your Deceit", lasciate volutamente alla fine in quanto costituiscono a parere di chi scrive i due brani (molto simili tra loro) meglio riusciti del disco. Le due composizioni sentono molto l'influenza del doom scandinavo dei Candlemass; atmosfere cupe e meditative la fanno da padrone, così come il songwriting più ricercato e l'interpretazione ai limiti del teatrale di Myke Wells, la cui voce si avvicina a quella di Mats Levén in certi frangenti. Wells nelle due tracce citate ha modo di destreggiarsi maggiormente e giocare molto di più con la sua vocalità, in particolar modo su "Of Your Deceit", nella quale riesce ad alternare ed interpretare gli stati d'animo del brano, passando da intermezzi recitativi a veri e propri accessi di rabbia canora. Unico appunto che può farsi ad un disco fondamentamente buono per essere un esordio riguarda la produzione che a tratti penalizza la resa della batteria; ad esempio in "Meld" questa sembra eccessivamente digitalizzata. Consiglio inoltre per il futuro di ingaggiare un buon grafico per una copertina che renda più giustizia al gruppo e che non li faccia passare per una band gangsta-rap.

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