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JEX THOTH: JEX THOTH

data

04/05/2008
75


Genere: Rock psichedelico
Etichetta: I Hate
Anno: 2008

L'immagine più efficace per dare un'idea di quello che è Jex Thoth è quella di un momento di transizione tra fase di veglia e sonno. Loro sono quella luce che vediamo quando ancora gli occhi sono chiusi e ci rendiamo conto di stare per svegliarci o per addormentarci. Qualcosa di inafferrabile, sfuggente, e infatti è proprio così: appassionata tanto di occultismo come di musica cosmica, psichedelia dei primi anni 60 e 70, nonchè degli irrinunciabili numi tutelari Black Widow e Black Sabbath, la Californiana Jex Thoth, artista eccentrica quanto affascinante, si misura con una scena musicale mondiale frammentata tra estremismi di ogni sorta, e lo fa con la calma e la rilassatezza che la contraddistingue, attraverso un album soffuso e fumoso, degna riproposizione dei Dead Meadow, oserei dire anche in un certo senso più intensa e capace di convincere sin dal primo ascolto. Una chiave direi tradizionale per affrontare le contraddizioni della modernità, e cantare i contrasti dissolvendoli in una calma piatta di suoni fluttuanti, ora folk (come il sinistro brivido acustico che introduce "Stone Evil"), ora stoner alla maniera della 'Toba Trance' dei Natas, ora leggerissimi, ora appesantiti da ventate di piano elettrico che si incrociano a percussioni tanto ambientali che sembrano solo increspature nel terreno (vedi "Thawing Magus" e "The Damned And The Divine"), avvallamenti nel suono, e in queste pieghe si sedimenta un canto sinuoso e mistico, che infondo è l'arma non poi così segreta di questa musica, che deve molto alle melodie e all'orecchiabilità di certe parti vocali (sfumate da intrusioni di flauto e assoli di chitarra eterei di Silas Paine) che addolciscono soluzioni non poi così facili o scontate, in una perfetta compenetrazione col substrato desertico di questa musica, tra desolazione e immersione riflessiva, muri sonori doom (come nei rintocchi freddi e ripetitivi di "Seperated At Birth") e dilatazioni letali. Geniale la sfuriata pianistica di Zodiac in "Nothing Left To Die", come dei colpi di lama sferrati sull'aspro e duro dimenarsi del brano. Ancora meglio la lentissima "The Banishment", sintetica, e con la tendenza a sfociare nella jam session. Una sorpresa, questa soplendida ragazza americana, interprete agile e versatile, di pezzi polverosi e cotti dal sole, a raccogliere i cocci di questa pericolosa disomogeneità c'è sempre lei, superba nelle sue interpretazioni, nonchè personale e matura, come in "Son Of Yule", che poteva essere interpretata in mille modi, ma lei ha scelto proprio la veste meno convenzionale per calzare quei suoni distorti e acidi.

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