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DEICIDE: TILL DEATH DO US PART

data

31/05/2008
75


Genere: Death Metal
Etichetta: Earache Records
Anno: 2008

Davvero difficile parlare della nuova uscita di una band che è stata capace di dare un notevole contributo alla scena Death Metal made in Usa, di produrre un album leggendario come 'Legion', di lasciarsi andare nel più abissale vuoto creativo, di riprendersi e sfornare, contro ogni previsione, un capolavoro come il precedente 'The Stench Of Redemption'. Senza contare, poi, tutto il dibattito che la band ha scatenato intorno a se stessa per motivo anche non legati alla musica (le discutibili esternazioni del frontman Glen Benton, per dirne una). In ogni caso i Deicide sono tornati, e già dalla cover si avverte che qualche piccolo cambiamento c'è stato: non ci sono più Cristi squartati o roba simile e anche gli efferati e deliranti testi blasfemi sono stati sostituiti da lyrics più "ragionate" e personali. E 'Till Death do Us Part' è il terzo capitolo del nuovo corso iniziato nel 2003 con 'Scars Of The Crucifix', quando i Deicide decisero di abbandonare il ruolo di blasfemi intransigenti a tutti i costi, dal momento che questa scelta gli costò una serie di album-obbrobrio. Schiacciando "play" si sente subito che qualcosa è cambiata: invece della solita intro troviamo un cadenzatissimo e doomegiante brano strumentale, dalle atmosfere cupe e malate, pieno di chitarre "aperte" e dissonanti alla Immolation, che introduce la title-track che inizialmente dà l'impressione che si prosegua in lentezza e pesantezza, ma subito dopo qualche riff i muscoli di Asheim si tendono e inizia la sfuriata blast beat, seguita dallo spaventoso growl di Benton e gli intricatissimi riff di chitarra e basso. Qualcosa nel sound è cambiata: c'è molta meno melodia in confronto al disco precedente (e questo è probabilmente dovuto al fatto che l'ottimo axe-man Ralph Santolla ricopra il ruolo di session man), i riff sono tornati intricati come ai tempi di 'Legion' e 'Once Upon The Cross', anche se qualche apertura melodica alla 'Scars' è tuttavia presente. Ma non parliamo solo di un semplice ritorno al passato: il sound si è notevolmente brutalizzato, sulforizzato, incupito, sulla scia del metal estremo europeo. Nell'insieme i brani non sono indimenticabili, anche se qualche perla non manca, come l'intricata "Worthless Misery". Che altro aggiungere, forse un passo indietro in confronto al precedente capolavoro, ma un ottimo e roccioso disco Death Metal. Peccato soltanto per qualche episodio infelice come la slayerana chiusura strumentale o la monotona "Hate Of All Hatred". A parte questo, un disco da gustare e comprendere. Una cosa di cui bisogna assolutamente tener conto, è il fatto che i riff di chitarra siano stati scritti ed eseguiti da Steve Asheim, divenuto più che mai l'anima della band, negli ultimi anni. Gli axe-man "ufficiali" hanno lavorato sulle parti soliste. Date fiducia a dei ragazzi che hanno dimostrato di essersi ripresi, se lo meritano. P.S. Oltre a quella standard, sono state stampate diverse versioni dell'album: un'edizione "De luxe" con la bonus track "The Great Lance" e 1500 copie in vinile divise in cinque colori diversi.

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