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BURNING SAVIOURS: Death

data

12/03/2018
73


Genere: Doom Rock
Etichetta: Transubstans Records
Distro:
Anno: 2018

Ancora una valida band proveniente dalle terre innevate della Svezia, precisamente da Örebro, quartier generale anche di un'altra solida realtà del panorama rock di questi ultimi anni, i Blues Pills. Il quintetto, attivo fin dal lontano 2003 e con già quattro full length alle spalle e una breve parentesi di inattività, ritorna dopo tre anni dal precedente 'Unholy Tales From The North' con questo 'Death' che nulla innova in termini di sound ma prosegue lungo i solchi già tracciati dai precedenti album. Una prova di coerenza più che una accusa di staticità; il sound proposto è sempre quello fortemente influenzato dalle sonorità heavy rock e doom anni 70, a partire dalla produzione nella quale spiccano i suoni retro-rock analogici e i riverberi cavernosi, scelta praticata anche da altri gruppi del panorama scandinavo, si vedano gli Horisont, tanto per citarne uno. Le danze vengono aperte in grande stile con "Draug", uno dei brani migliori del platter che rappresenta in pieno lo stile dei Burning Saviours; lenti riff di chitarra strascicati e distorsioni secche e sature che scandiscono un ritmo lento, rituale e pregno di misticismo, dominato dalle influenze di gruppi quali Pentagram e Cathedral. L'intero disco fa della lentezza il suo punto di forza principale, ritmi cadenzati come nella sinistra "Nothing After", dotata di un refrain melodico ed evocativo e "Death" con il suo solo in perfetto stile doom-rock settantiano che trova il suo massimo esponente in sua maestà Frank Anthony “Tony” Iommi. Non si può difatti non notare l'influsso che ha avuto la sua creatura, i Black Sabbath, sulle sonorità dei nostri, basti ascoltare "Crusade Of Evil", dal ritmo sicuramente più serrato e dotato di un chorus solenne che ricalca e porta alla mente un grande classico come "Children Of The Grave". Sicuramente non mancano i capitoli più energici o epici del platter, buona e in perfetto stile heavy "Lamentations", maestosa nella sua semplicità anche se poteva dare qualcosa in più in termini di intensità per essere perfetta e rientrare tra i migliori brani di questo disco. Sicuramente il posto sul podio se lo guadagnano a giusta ragione gli ultimi due brani conclusivi: "Silence" e "Finally Free". La prima si distingue per gli arrangiamenti più melodici ed eterei con un refrain granitico ed anthemico che rimane stampato nella mente; un vero è proprio inno al silenzio della durata di sette minuti che scorrono rapidi verso la conclusiva "Finally Free", brano acustico di più breve durata, intimo e riflessivo che smorza l'intensità raggiunta nelle precedenti tracce e prende commiato dal soddisfatto ascoltatore. Sicuramente questo disco trova giusta e degna collocazione tra le recenti uscite che operano sempre più un revival del rock-doom settantiano, ripescando sonorità troppo spesso dimenticate e abbandonate in soffitta. In un panorama musicale che spesso non ha più molto da dire o da offrire, è meglio ritornare a riscoprire le origini.

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