MARUJA
Chiediamo venia agli Ultraglass, band che ha aperto la serata, ma a causa di un contrattempo non abbiamo potuto presenziare al loro show. Evento che proprio a ridosso dell’inizio è stato rilocato dall’Eur Social Park (area all’aperto) all’Hacienda causa potenziale maltempo che imperversava su Roma e che avrebbe potuto far saltare la data. Roma è una piazza molto particolare, quando non succede nulla e quando si è costretti a scegliere tra tre serate alle quali, in condizioni normali, avremmo voluto partecipare: Ulan Bator al Magma, Sedna + Psychonaut 4 + Invernoir al Traffic ed i Maruja all’Hacienda, perché abbiamo scelto quest’ultimi? Proseguite e lo scoprirete. Gurriers: ennesima band della nuova scena britannica post punk (per la verità sono irlandesi); una sorta di DITZ depotenziati (con un frontman dotato di minore carisma rispetto all'omologo inglese) con reminiscenze che vanno dai Beastie Boys ai Rage Against The Machine corroborati da tribali influenze dei primevi Killing Joke, una miscela che funzionicchia ad intermittenza ed il numeroso pubblico accorso (al limite del sold out) ha dimostrato di gradire. Godibili e ballabili.
I Maruja, nemmeno il tempo di salire sul palco, partono sparatissimi con "Bloodsport" e "Trenches", come dei Rage Against The Machine (la spina dorsale del loro sound) che rappano su un coacervo di suoni tra sax impazzito, tappeti di synth urticanti, un basso slabbrato modello rullo compressore, l'avantgarde dei Tuxedomoon ed un vocalist fisicamente molto possente che sprigionava energia come se fosse un reattore nucleare. Data l’estrema fisicità della performance, a metà concerto c’è stata una lunga pausa per permettere alla band di recuperare energie. Stupendi i momenti di sospensione in cui il sax (simil Fausto Papetti - chi se lo ricorda? famoso artista italiano anni 70/80), dipingeva latitudini malinconiche di una bellezza rabbrividente in “Thunder”, ed il cantante ci ricordava (nei vari soliloqui modello predicatore americano) che siamo nati per morire in “Born To Die”. Viaggiano attraverso il sound free form dei Mars Volta in “The Invisible Man”, nelle atmosfere psichedeliche e sognanti squarciate da una sezione ritmica possente, tra spoken word a là Henry Rollins/Body Count (ICE T) ed il noise/free jazz degli Zu nel tour de force di “Look Down On Us”, scomodano persino i Cousteau nella conclusiva “Resisting Resistance”. Decisamente un esperienza coinvolgente, destabilizzante, fuori dal comune ed altamente consigliata. Qual’è la loro miglior dote? Far coesistere le tante e diverse anime nel loro sound, rendendolo irresistibile ed ammaliante.
Trenches
Break the Tension
Zeitgeist
Thunder
Born to Die
Saoirse
The Invisible Man
Look Down on Us
Resisting Resistance

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