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I AM LETHE

Da qualche anno, soprattutto nell'underground dell'hinterland milanese, sta prendendo corpo una band che ha saputo ritagliarsi uno spazio interessante all'interno della vasta cornice del gothic-doom. Sono gli I Am Lethe, i quali dopo un EP, sono riusciti nell'intento di pubblicare il loro debutto discografico sulla lunga distanza, che percorre sentieri e direzioni che si rifanno a tutto ciò che è stato fatto e tracciato dalle grandi band del Nord Europa e della Scandinavia, in fatto di metal freddo ed introspettivo. Li abbiamo intercettati durante una delle serate che promuovono il loro album 'Journey', precisamente dopo la loro esibizione al Rock Inn Somma di Somma Lombardo (VA), lasciandoci una piacevole chiacchierata.

Raccontateci come siete nati e cresciuti, e qual è il messaggio principale che gli I Am Lethe vogliono dare. Giuseppe: Siamo nati nel 2011 dalle ceneri di un altro gruppo. Eravamo tutti musicisti di un altro gruppo, tranne le due voci Elisabetta ed Alessio che sono entrate, e da quel momento è partito un nuovo progetto. Dal 2011 come I Am Lethe abbiamo all’attivo l’album che è uscito quest’anno, ‘Journey’, un EP e una demo. C’è stato un solo cambio di formazione, ma fondamentalmente siamo sempre rimasti noi.

Elisabetta: Riguardo al messaggio che noi veicoliamo, sostanzialmente non ci definiamo in un genere, perché non riusciamo ad inquadrarci con un genere solo. C’è chi ci inquadra nel doom, chi nell’alternative, ecc. Riguardo al nostro ultimo lavoro, ‘Journey’ è un viaggio introspettivo all’interno di sé stessi. Cerchiamo di esporre quello che tu provi nel momento in cui ti manca qualcosa. Ogni canzone rappresenta un sentimento, uno stato d’animo che tu hai nel momento in cui ti trovi di fronte a una determinata situazione. Quindi ‘Journey’ testimonia non tanto il senso fisico del viaggio, quanto il suo senso emotivo.

Com’è avvenuto il percorso che è stato fattoper la pubblicazione di ‘Journey’, e com’è nata la collaborazione con House of Ashes, che vi ha supportato per la pubblicazione dell’album? Giuseppe: Innanzitutto, in anteprima ti preciso che… non siamo più con House of Ashes! (risata generale). Penso che siano contenti tutti, compresi noi che abbiamo recuperato tutto ciò che avevamo investito. Il problema principale è stato che il nostro manager è partito con un’idea, a metà strada ha cambiato e all’ultimo non ha fatto niente di quello che ci aveva detto. Ci siamo quindi trovati praticamente in braghe di tela, a pochi giorni dall’uscita del disco. Adesso abbiamo preso contatti con un altro distributore, con cui siamo in trattativa, almeno per partire da settembre con un effettivo cronoprogramma. Ciò vuol dire che dobbiamo lavorare l’estate senza qualcuno che ci supporti, ed è veramente difficile. Purtroppo è capitato così, e non ci possiamo fare niente. Il disco è stato comunque un’idea tutta nostra. House of Ashes è arrivato in un secondo momento, e non ha messo niente nella produzione del disco. Il disco è stato prodotto da noi I Am Lethe e da Davide Tavecchia di Twilight Studios. La registrazione è durata circa un anno, facendo le cose con calma e come ci eravamo prefissati, con i suoni ed i tempi fatti come volevamo noi. La co-produzione con Twilight ci ha permesso di non avere la classica settimana che hai a disposizione per registrare il disco. Quindi ci siamo sentiti liberi di esplorare quello che volevamo dire veramente, e io penso che ce l’abbiamo fatta.

Il vostro album si intitola ‘Journey’, che può essere tradotto come ‘viaggio’ o come ‘esperienza’. Quali sono i viaggi e le esperienze più interessanti che intendete descrivere nell’album? Elisabetta: Come ti dicevo prima, è un viaggio introspettivo. Quindi ognuno di noi ha messo, all’interno del viaggio, la propria esperienza. La questione principale è che ognuno di noi affronta quello che gli capita nella vita in modalità diverse, quindi noi abbiamo dato la nostra interpretazione in base al nostro punto di vista. Come anticipato prima, ogni canzone, come per esempio “August”, accomuna una stagione della vita ad una stagione metereologica, per comunicare qualcosa che riesce ad essere più immediato, perché si parla di nostalgia, di risentimento, di introspezione, ma anche di caparbietà, di controllo dei propri sentimenti. Ci sono tante tematiche che sono introspettive, e quindi un po’ difficili da comprendere se l’ascolto non è molto attento.

L’apporto di ciascuno nella stesura dell’album è stato piuttosto equo, o ci sono determinati elementi in cui qualcuno ha avuto un ruolo principale rispetto ad altri? Elisabetta: A livello compositivo e strumentale i ragazzi danno una linea che poi viene seguita dalle voci. La linea melodica è, di conseguenza, costruita su ciò che viene fatto di strumentale. In generale, è un lavoro abbastanza sinergico, non c’è nulla di preponderante. Ognuno si lega all’altro perché l’idea è molto comune. Ognuno ha delle esperienze e degli ascolti differenti, e quindi logicamente apporta ciò che ascolta all’interno della nostra musica. Però credo che negli ultimi tempi siamo riusciti a fondere tutti i nostri gusti musicali e i nostri ascolti.

Come anche la copertina illustra, il vostro sound sembra essere tipicamente relazionato ad atmosfere fredde ed invernali, e che accomuna molte altre band che frequentano il vostro genere. Questo particolare periodo dell’anno risulta essere, per voi, quello che vi dà le maggiori ispirazioni a livello musicale e che sentite più vostro? Elisabetta: L’ispirazione nordica, per noi, è più una filosofia di vita che una questione metereologica o di clima. Ci ispiriamo a quei generi musicali che sono nati nel Nord Europa, e a quel genere di sound che creano i gruppi che arrivano da là. Non c’è, però, una stagione che ci ispira maggiormente; è vero, potrebbe sembrare che la stagione invernale venga riportata all’interno dei testi, ma perché, in realtà, c’è un’assonanza con quello che volevamo dire, e all’interno di questo viaggio c’erano delle similitudini con uno stato d’animo maggiormente introspettivo. Forse è quello che ha portato a far sì che l’inverno fosse preponderante. Quindi, in generale, l’ispirazione nordica c’è, ma è a livello di sound.

Copertina di 'Journey'

C’è un brano dell’album che rappresenta alla perfezione il mood invernale? Giuseppe: Il mood dell’inverno si rispecchia maggiormente nel brano “White Moose”, che sicuramente è una canzone che io associo sempre ad un viaggio che abbiamo fatto noi a Stoccolma. Puoi quindi capire che, pur essendo tutti di sangue caldo, come ha appena detto Elisabetta ci siamo ispirati tantissimo, come mood, ai gruppi che vengono dal Nord. Ne nomino due per antonomasia: Katatonia e Swallow The Sun. Sono due dei nostri punti fermi, e ovviamente in molti ci hanno detto: eh, i Katatonia non vi assomigliano molto. E’ ovvio, non vogliamo fare una copia di quello che c’è già. Però siamo orientati verso quel mood, vogliamo far viaggiare chi ci ascolta, come abbiamo viaggiato noi che abbiamo scritto quella canzone. Quindi “White Moose”, che è una delle mie preferite, è una canzone a cui sono molto affezionato anche per il testo che la compone.

Quindi, rispetto anche al vostro modo di vivere di tutti i giorni, è questo il brano che sentite più vicino? Giuseppe: Sicuramente è questo il brano che faccio più mio e che rispecchia totalmente la nostra visione nordica. Io penso che ognuno di noi abbia un brano a cui si è affezionato di più, ma non penso sia dovuto al proprio vissuto quotidiano, ma al momento in cui è stata scritta la canzone o di cosa parla la canzone stessa.

Si nota nell’album, ma anche nelle esibizioni live a cui ho potuto assistere, un’evoluzione nella qualità vocale di Elisabetta che definirei molto buona. Quanto tempo dedichi all’allenamento vocale, e che metodi utilizzi per renderla sempre al meglio possibile? Elisabetta: Io ho iniziato a cantare da quando ero piccolissima, facevo tutte le fiere di quartiere quando abitavo ancora in Sardegna. La passione per il canto l’ho avuta da sempre, perché mio padre mi ha instradato verso l’ascolto di gruppi che alla sua epoca erano molto forti e che ho ascoltato già da bambina, per esempio i Creedence Clearwater Revival e gli Scorpions. A mio discapito, non dedico tanto tempo alla musica “studiata”; ho frequentato per qualche tempo una scuola di canto, ma la mia ispirazione più importante (e qui torniamo al tema dell’introspettivo) è il viaggio all’interno di me stessa. Ho cercato di curare tutti gli aspetti collaterali alla voce, come il fisico, l’allenamento, oppure il fiato che, purtroppo per problematiche mie, avevo perso. Tutto ciò ha portato ad un miglioramento anche nel canto. Provo con i ragazzi due volte alla settimana, ed è quindi una cosa abbastanza assidua, ma non c’è una lavoro particolare sulla voce. C’è stato un lavoro molto particolare sullo show, che secondo noi, in questo momento, è una parte fondamentale della musica. Puoi cantare perfettamente, ma se quello che presenti al pubblico non è uno show potente e che impatta, serve a poco.

La stessa cosa la vorrei chiedere anche ad Alessio, che con il suo growl dimostra di essere particolarmente espressivo ed incisivo. Alessio: Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti. Non ho nessuna tecnica particolare. Ho cominciato in maniera autodidatta, come penso la maggior parte della gente, e poi con il tempo, con l’esperienza neilive e in sala prove ho affinato questa mia tecnica. Ho imparato a gestirmi da solo. Certamente, prima di iniziare a suonare con loro, abbiamo fatto io ed Elisabetta un anno di scuola di canto. Sicuramente è servita, in particolare nel corso del tempo, perché all’inizio era una questione di suonare con il gruppo, che è tutt’altra cosa rispetto a frequentare una scuola di musica, che sia canto o strumenti. Nel tempo, i vari accorgimenti e suggerimenti che ti dava la maestra sono serviti, perché poi ti rendi conto che quello che ti diceva ti ritornava in mente, e imparavo ad usarlo nelle diverse situazioni in cui mi trovavo. In generale, sono un completo autodidatta, non ho fatto nessuna scuola di voci distorte. L’unica scuola che ho fatto è quella di canto pulito.

Hai avuto un riferimento particolare da raggiungere per poter avere un timbro ben preciso? Alessio: Da baritono quale sono, a me piace molto Fernando Ribeiro dei Moonspell; per me è un cantante eccezionale, che sa mixare perfettamente voce pulita e parti in growl. Un altro cantante che mi piace molto è Glenn Benton dei Deicide, per me è un altro Dio. Infine, un cantante che non è nelle mie corde, ma mi piace tantissimo e con cui sono cresciuto, è Jonathan Davis dei Korn. Nonostante non faccia growl, è comunque un mostro e quando lo ascoltavi era veramente lui, con il suo timbro particolare.

Elisabetta Piu e Alessio Massarotto (photos by Graziella Ventrone)
 

Oltre alla pubblicazione dell’album, avete anche rilasciato il video di “Stonified”. Qual è il motivo per cui avete scelto questo brano per anticipare e promuovere l’album? Giuseppe: Penso che “Stonified” sia una canzone che rappresenti bene tutto il mood dell’album. Il video di “Stonified”, anche se è semplice, è allo stesso tempo incisivo e diretto, e soprattutto ti fa entrare nel mood della nostra proposta. È un brano che rispecchia noi, perché alla fine noi siamo incisivi, diretti, ma contemporaneamente ti lasciamo lì, attento. Purtroppo, in Italia questo mood non è seguito da nessuno, e veniamo spesso inseriti in concerti e festival che sono troppo eterogenei e diversi rispetto al nostro sound. Tu lo sai, noi ci vediamo in tanti concerti, e sicuramente ci vedremo al concerto dei Messa (che avrebbero suonato la sera dopo il live degli I Am Lethe al Rock Inn Somma, allo Slaughter Club di Paderno Dugnano di spalla agli In The Woods…). Per esempio, i Messa, che è una band che ascolto praticamente ogni giorno, per riuscire a fare qualcosa sono dovuti andare fuori. In Italia, un genere del genere (bello questo gioco di parole…) non può andare da nessuna parte. Noi siamo un po’ nel mezzo, perché non siamo estremi come i Messa, ma non siamo nemmeno troppo tranquilli, e allora ci inseriscono spesso in concerti anche power metal, in cui ci dicevano: ‘Ah, canta una donna? Allora sarete power!’ No! Assolutamente no!

Chi organizza questi concerti, quantomeno vi ascolta? Giuseppe: Questa è una domanda che ci facciamo dalla notte dei tempi. Secondo me, no. Guardano solamente le foto perché, adesso, chi è che ascolta? Adesso vanno su Instagram e guardano le foto. Noi cerchiamo in tutti i modi di promuovere la nostra musica, prima della nostra immagine. Siamo stati costretti negli ultimi anni a promuovere forzatamente la nostra immagine, perché altrimenti eravamo un puntino nero in mezzo ad un mare bianco. Quindi, il nostro genere, il modo in cui noi cerchiamo di trasmettere le nostre cose sono un po’ fuori dai meccanismi attuali della musica. Se andrà bene o no, solo il tempo lo dirà.

Dopo questi due avvenimenti, avete già ricevuto particolari feedback, e di quale provenienza? Giuseppe: Abbiamo avuto pochissimi feedback dall’Italia, un po’ dall’estero, ma soprattutto abbiamo ricevuto tantissimi feedback che sono stati: ‘Ah, ma voi dovreste fare questo… fare quello…’. Purtroppo, chi ce lo dice non sa che l’esborso di denaro per far muovere la macchina è veramente tanto. Noi siamo tutti dei lavoratori, non viviamo con la musica, e non penso che con questa musica arriveremo mai a viverci. Ci sono dei meccanismi oggi in Italia che purtroppo non possono essere scardinati da una band come noi, e quindi dobbiamo sottostare, volente o nolente, a questa cosa.

A proposito di ‘esperienza’, quali sono le esperienze che ricordate con piacere e che avete affrontato durante questi anni assieme? Giuseppe: Per me, sicuramente il concerto prima dei Lacuna Coil a Monza, mi pare nel 2014. Forse è stato l’unico concerto in cui eravamo ben inquadrati, e quindi è stata un’esperienza veramente incredibile.

Elisabetta: Ti dirò, io non ho un’esperienza in particolare. In fatto di storie o aneddoti da raccontare, credo che sia una cosa comune a tutti i gruppi che riescono a durare nel tempo oltre i due anni in cui dicono ‘Spacchiamo il mondo!!’ e poi non fanno un cazzo. E cioè che, se ti trovi bene e riesci a creare non dico un’amicizia, perché quella è già il passo oltre, ma creare un’alchimia tra i componenti del gruppo, il gruppo poi va avanti e le esperienze che si creano sono tutte costruttive, perché io sono una persona molto litigiosa e testarda (da sarda quale sono), tendo sempre a provocare perché voglio che le persone tendano sempre più alla perfezione ed al miglioramento. Non mi piace chi cerca di ristagnare nell’anonimato. Tutte queste dinamiche che si creano in una band devono essere tutte dinamiche di miglioramento. Magari ti potrei dire che il live più figo è stato il Brianza Rock Festival, piuttosto che stasera al Rock Inn Somma. Però, per ogni dinamica che si è creata in quelle serate, ti potrei dire se è stato bello o brutto per un motivo in particolare. Non ho quindi un aneddoto in particolare.

Pensavo mi raccontaste di grandi sbronze…Giuseppe: No, in effetti siamo tutti molto tranquilli, a parte quando ci ammazziamo tra di noi. Non abbiamo mai avuto grosse cose durante i concerti. Di solito, quando siamo stati in libera uscita, in effetti sono successe parecchie cose. Ma quando suoniamo siamo sempre tranquilli, ed anche in studio. In realtà, in studio si beve dalla mattina alla sera, ma si lavora anche tanto. Dave, il nostro fonico, è una macchina quando siamo in studio, e quindi si va costantemente. Certamente si beve, si ride e si scherza sempre, però non c’è mai stato niente di così eclatante.

Giuseppe Amato
 
Tornando al significato del vostro monicker, ‘Lethe’ (come anche il brano dei Dark Tranquillity descrive bene) rappresenta il fiume dell’oblio della mitologia greco-romana. Possiamo dire che chiunque ascolti la vostra musica è come se si immergesse in un misterioso oblio dal quale è difficile uscirne? Elisabetta: In realtà non vorremmo che chi ascolta arrivasse all’oblio. Vorremmo che chi ascolta il mostro album capisse il metodo per passarci attraverso. Ognuno di noi ha avuto degli episodi, in maniera più o meno commisurabile, e ognuno ha qualcosa che vuole dimenticare. Noi vorremmo essere la medicina che aiuta ad uscire da questo momento di transizione. L’oblio è inteso in quel senso, cioè di cercare di sorpassare una problematica, ed è anche il fil rouge che trovi nel disco.

C’è una band in particolare a cui vi ispirate più di altre, e se con quella band preferite un giorno dividere il palco? Giuseppe: Penso che ognuno di noi abbia delle band di riferimento. In generale, mi riallaccio alla musica delle band del Nord che discutevamo prima, e quindi band come Katatonia, Swallow The Sun, e tutto ciò che proviene da quell’ambiente. Anche i Moonspell, se osservo la maglietta di Alessio.

Elisabetta: Ci ispiriamo a quei gruppi che hanno deciso di sperimentare aldilà di un genere. Per esempio, gli Swallow The Sun, per quanto li apprezzi, hanno tenuto sempre una linea coerente. Invece, i Katatonia o i Moonspell sono passati dal black, al folk, al progressive, passando anche per il doom. Noi cerchiamo di ispirarci a quei modelli che non si ingabbiano in un genere o in un pre-concetto, perché la musica si evolve e noi ci evolviamo. Quindi, vogliamo mettere il concetto di evoluzione nel nostro prodotto, niente di troppo inquadrato.

Voi avete già fatto il release party al Legend di Milano. Che sensazioni avete ricevuto in quella serata e come sono state le reazioni di coloro che hanno partecipato? Elisabetta: Innanzitutto, c’era tantissima gente, e sinceramente non me lo sarei mai aspettata, dato che sono una persona abbastanza pessimista. Ringrazio chiunque è riuscito a venire, nonostante fosse una domenica. Il feedback è stato positivissimo, abbiamo avuto un pubblico molto vario, con ascolti molto differenti. Abbiamo avuto delle opinioni molto divergenti, ma alla fine siamo rimasti molto contenti perché, nonostante qualche difetto tecnico e pratico, la serata è riuscita benissimo e ci siamo divertiti, e la gente si è divertita con noi.

Giuseppe: Abbiamo lavorato tanto per la riuscita della serata. Io mi ritengo soddisfatto. Poteva venire meglio? Forse. Poteva venire peggio? Sì. Però penso che quella sera abbiamo portato tutta quella gente, di domenica sera, in un locale come il Legend, ad ascoltare una musica che certamente non si ascolta spesso in giro. È indubbio. Quest’anno è uscito il nostro disco, ed abbiamo fatto un sondaggio per vedere i festival estivi in cui potevamo essere inseriti. Il risultato è stato un bagno di sangue, perché o fanno metal estremo, oppure fanno folk. Ormai fanno folk dappertutto; se tu ti svegli, nel parchetto di fianco casa tua stanno facendo un festival folk. Quindi è veramente difficile, ma mi ritengo soddisfatto. Noi abbiamo un management molto attivo, quale è Cerberus Booking, ed abbiamo fatto molte date in giro, ma sempre affiancati a gruppi che non sono della nostra cerchia.

Da ultimo, provate a convincere gli appassionati metallari ad ascoltare ‘Journey’ e ad assistere ai vostri live. Giuseppe: Allora! Tu che stai ascoltando ‘Kill’em All’ dei Metallica da quarant’anni, e ce l’hai lì tra i preferiti di Spotify! Distaccati da quelle sonorità! Cerca qualcosa di più moderno, più anni ’90 (dato che sei all’82 con ‘Kill’em All’), e inizia a sentire qualcosa di diverso… Scherzi a parte, penso che il mercato sia veramente saturo di tutto ciò che è canzonetta, siamo pieni di flauti e violini folk, elfi e robe varie. È il momento, invece, di immergersi nella tristezza, di abbracciare gli incubi.

Elisabetta: E’ il momento di vedere live un po’ di cazzi duri (ovazione maschile generale), perché si vedono un sacco di live dove c’è un perfezionismo a livello tecnico, con scale arabe, figate, sticazzi e staminchia… e poi vedi la gente che canta con l’asta. Bisogna tirare fuori le palle! Nonostante siano fuori genere rispetto ai miei ascolti, apprezzo moltissimo i Jinjer perché hanno una front-girl che spacca il culo. Bisogna vedere gente che sappia tenere il palco. A fare le scale, andare a scuola, studiare e fare tutto perfettamente intonato, c’è tanta gente capace, ne sono pieni i Conservatori. Però bisogna veramente sentire la musica, viverla ed ascoltarla partecipandovi. In generale, bisogna trovare una quadra fra tutto, non si può essere perfetti in una cosa e perfetti in un’altra. Qualcuno ci riesce, come Tatyana dei Jinjer. È pur vero che lei si dedica in tutto e per tutto solo a quello, non avendo problemi di lavoro, famiglia, non avendo mutui, ecc. Dal momento in cui riesci a coniugare le tue cose, credo che l’immagine e lo show che un gruppo propone siano fondamentali. Io ascolto un sacco di gruppi folk con delle cantanti bellissime e bravissime a livello tecnico, però non mi danno nulla a livello emozionale.

Alessio: Io sarò più conciso. Dovete ascoltarci perché siamo cattivi, cupi, ed abbiamo un’energia da vendere. Anche se non potrebbe sembrare, siamo veramente esplosivi.

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