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TANK: War Nation

data

05/07/2012
72


Genere: Heavy Metal
Etichetta: METALMIND PRODUCTIONS
Distro:
Anno: 2012

Da 'War Machine' a 'War Nation': i Tank non sono dei mostri di fantasia, ma bisogna ammettere che il nuovo corso della storica band sta pian piano diventando sempre più convincente. Un paio d'anni dal precedente lavoro, nuovo punto di partenza per una band che non ha assolutamente nulla da spartire con l'originario sound dei primi anni Ottanta, nessuna traccia del grezzume di Algy Ward dietro al microfono, nessun assalto a rotta di collo facendo il verso ai Motorhead: si continua con un heavy metal granitico e ripulito da ogni sporcizia sia musicale, sia in sede di produzione, si cerca di raccogliere con l'ex Rainbow Doogie White la pesantissima eredità lasciata da Ronnie James Dio ormai due anni fa, e naturalmente non ci si riesce, ma si porta avanti un discorso interessante e gravido di buonissime intenzioni. Si riparte esattamente da due anni fa, è cambiato il batterista: Steve Hopgood è quadrato ed essenziale, basilare e senza pretese, non fa decollare il disco verso l'eccellenza, ma nemmeno lo affossa. D'altronde, le canzoni non sono mai tediose, riescono nella loro semplicità a catturare l'attenzione: le pecche di 'War Machine', oltre alla scarsa originalità della proposta (che si potrebbe muovere all'85% delle uscite odierne), è essenzialmente una fiducia insipegabile verso certi ritornelli non proprio indimenticabili o assolutamente ripetitivi. La veloce - per gli standard dei Tank versione 2012 - "Justice For All" ha costruzioni vocali molto buone e sezioni chitarristiche decisamente varie per il disco, ma il coro è di qualità molto bassa. All'esatto opposto "Grace Of God", il cui ritornello è suadente e oscuro, ma il resto della canzone non gli rende giustizia. La produzione è molto rotonda e smorza un po' l'impatto globale mettando tutti gli strumenti sullo stesso piano: nel precedente disco la voce era più in evidenza, e ciò era sicuramente un bene per un cantante non certo spettacolare come White. Concretezza, variazioni minime ("Don't Dream In The Dark" e il suo break melodico), alcuni grandi pezzi sulla scia dei Black Sabbath degli anni Ottanta e del Dio solista (la variegata titletrack su tutti): parte dei fans ancora rimpiange i tempi che furono, ancora c'è chi vorrebbe un nuovo 'This Means War', ma - fortunatamente - sono speranze vane, la band ha deciso di godersi una elegante terza età, non crediamo che stavolta si possa tornare indietro. Niente di epocale, ma i Tank mai lo sono stati, nonostante ciò altri tre quarti d'ora di metal di qualità ce lo hanno regalato.

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