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MISERY INDEX: The Killing Gods

data

05/06/2014
75


Genere: Death Metal
Etichetta: Season Of Mist
Distro:
Anno: 2014

Avete presente quando vi dicono che il disco non è immediato, che bisogna ascoltarlo più volte e non é facile capire quello che l'artista vuole comunicare al pubblico? Di solito sono frasi fatte che mascherano una bocciatura magari meritata, ma che si evita (vigliaccamente) perché il nome è grosso o il musicista lo conosci e la prenderebbe sul personale. Anche noi ci siamo cascati con l'ultimo dei Destruction, perché ci siamo andati troppo leggeri, abbiamo perdonato l'imperdonabile. Stavolta con i Misery Index stavamo per fare la boiata opposta, colossale col senno di poi, di bocciarli perché effettivamente non è il loro lavoro migliore, e per altri motivi che enunceremo in seguito. Ecco come è andata. 1) Una lunga serie di selvaggi ascolti. 2) Iniziale delusione, della serie "eh ma non è 'Traitors'. 3) Pausa di molti giorni. 4) Nuovi ascolti. 5) 'The Killing Gods' è diventato una dipendenza. Chissà se sono stati loro ad andare via dalla Relapse o se effettivemente gli attuali Misery Index sono molto poco adatti a tale etichetta. Forse entrambe le cose. Certo è che il sound è sempre più rifinito e cristallino e ci sono parti melodiche, intermezzi desolati, brani mid tempo e riff più meditati del solito. "Urfaust" stupisce, "The Calling" tramortisce, ma subito dopo torna il meditabondo incedere di "The Oath". Pochissima omogeneità di questa prima parte del cd, visto che poi il brano che avevamo sentito in anteprima, "Conjuring The Cull" è un macigno cadenzato, sullo stile di "Death Walking Terror" dei Cannibal Corpse, invero uno dei pezzi peggiori e meno ispirati. Da lì in poi, grandi numeri di brutalità -ripetiamolo- una volta tanto non scatenata, bensì a regime ed aperta a sinistri inserti asfissianti. La voce di Jason è un continuo vomitare di polmoni e corde vocali, sempre perfetto: "Cross To Bear" è un nuovo classico, con degli stacchi di batteria che buttano giù i muri. Qualche colpo lo si perde nelle canzoni finali, dove quello che doveva dirsi (e cioè parziale rinnovamento e comunque grande affiatamento tra i musicisti che fa presagire stragi folli dal vivo) si è detto, con poco spazio per veri e propri colpi di coda. Sì, niente male, soprattutto sul versante grind, ma nella media della band (c'è pure John Gallagher dei Dying Fetus su "Colony Collapse"). Noi vi consigliamo di continuare a seguire questa grande band, se poi il disco non vi piace, ve lo compriamo noi in attesa che come questuanti poi lo vogliate indietro, pentendovi dell'errore.

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