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MANOWAR: The Lord Of Steel

data

04/12/2012
50


Genere: Heavy Metal
Etichetta: Magic Circle Music
Distro:
Anno: 2012

Arriva la versione cd dell'ultimo capitombolo dei Manowar, finora punto più basso dell'anno 2012, finora disponibile solo in download. Come non c'erano motivi per acquistare gli mp3, così non augureremmo nemmeno al truzzo di turno di sprecare tempo con 'The Lord Of Steel'. La bonus track è risibile e in linea con il resto dell'album, senza anima, basata su un ritmo spompato e lento, con riff talmente elementari che irritano chiunque abbia mai sentito la band di De Maio. A proposito, il zanzaroso basso dell'omaccione newyorkese qui è completamente assente, tanto che le canzoni, già scarne e sempliciotte di per sè, sembrano una versione di pre-produzione. Ancora una volta, affrontiamo la realtà e diamo il benservito ai Manowar una volta per tutte. Dove eravamo rimasti? Ah, sì: un gruppo che era allo sbando, tra EP ai limiti del ridicolo, litri di melassa sinfonica in cui annacquare qualche standard metal e riregistrazione inspiegabile di un impareggiabile debutto datato ormai trent'anni fa. Dire che la situazione non era buona sembra una eufemismo, e visto che al peggio non c'è mai fine l'annuncio che il nuovo album - stavolta niente rivisitazioni - era imminente ha fatto accapponare la pelle a più di qualcuno. Ma poi, era davvero possibile per i Manowar fare peggio? Facciamo qualche passo indietro: a conti fatti i capolavori risalgono a oltre vent'anni fa, i buoni dischi che almeno non infangavano il loro nome sono relegati agli anni Novanta, da allora solo lavori che vanno dal mediocre allo scarso in cui non c'era che l'ombra della band che fu. Anno Domini 2012: 'The Lord Of Steel' in edizione digitale è fuori per l'estate, mentre in disco in formato fisico esce in autunno. Non crediamo che ci saranno grosse differenze tra i due formati, ma la verità è che per salvare l'album dall'oblio in qualche polverosa (metaforicamente parlando) cartella del proprio computer serve un miracolo. Tuttavia andando avanti con gli ascolti dobbiamo notare alcuni miglioramenti rispetto all'imminente passato. La durata dei pezzi si assesta sul quarantasette minuti, mezzora buona di pacchianerie del precedente 'Gods Of War' ci è stata risparmiata e non corriamo almeno il rischio di addormentarci all'ascolto. Almeno non per le parti sinfoniche. I pericoli vengono da quelli che tanti anni addietro erano i grandi cavalli di battaglia di De Maio e soci, cioè i mid tempo. Davvero è dura tenersi concentrati su una massa informe di riff che sembrano scritti in una manciata di minuti dalla prima cover band dei Manowar, picco assoluto verso il basso è "Black List". "Righteous Glory" invece, pur essendo molto al di sotto del livello di pathos di diversi pezzi storici, si fa ascoltare senza problemi grazie al refrain che risveglia il leone (invecchiato, ma sempre ruggente) Eric Adams. Prova senza sussulti anche per lui, ma la sua voce inconfondibile rende non cestinabili al primo ascolto diversi pezzi di questa release. Come dire, "Touch The Sky" non rientrerebbe nemmeno nel repertorio di qualcuno dei gruppi-clone dell'etichetta di Joey De Maio, ma grazie ad Adams la senti sperando che almeno nel pezzo successivo ci sarà la resurrezione. Dicevamo però di alcuni lati positivi. C'è la titletrack che non sfigurerebbe in 'Louder Than Hell' o 'Warriors Of The World', veloce e scontata, vive di un rassicurante senso di dejà-vu tutto manowariano; anche "El Gringo" nella sua semplicità, nel suo riff iniziale vibrante e quasi "cinematografico", provoca qualche battito irregolare nei cuori dei manowarriors, qui si sente inconfondibilmente la loro impronta, si respira una atmosfera inesistente nelle altre tracce. Purtroppo i pregi di 'The Lord Of Steel' finiscono qui: una decina di minuti su tre quarti d'ora per ascoltare qualcosa che si avvicini ai Manowar degli anni Novanta è il massimo che il gruppo ci riesce a dare. L'assoluta carenza di idee di "Annihilation" in cui il ritornello è messo lì tanto perchè bisognava prima o poi urlare il titolo della canzone, o la chiusura spompata di "Hail, Kill And Die" sono quanto di peggio ci sia stato proposto ultimamente. Come se non bastasse, Karl Logan alla chitarra non è sempre decisivo, anzi, i suoi riff non trasmettono passione e non sono affatto personali, la sensazione è quella di un fan che si cimenta a suonare qualcosa sulla scia dei suoi idoli di sempre. De Maio sceglie sempre la via più pacchiana e fastidiosa possibile per mettersi in mostra: un basso iper distorto ai limiti del ronzio e per nulla dinamico vorrebbe rendersi protagonista, ma le frustate di qualche album fa non gli riescono, benchè non si sia limitato a doppiare la chitarra di Logan. Trenta secondi in meno per ogni pezzo e avremmo aumentato la longevità di questa uscita, che si perde tra la qualità dei dischi in uscita quest'anno e si fa notare solo per l'ingombrante logo in copertina. Niente da fare, i mutandoni di peluche cominciano a spelacchiarsi vistosamente, ma questo accade da una decina d'anni, prima o poi dovrebbero accorgersene.

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