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ABBATH: Abbath

data

29/01/2016
73


Genere: Black Metal
Etichetta: Season of Mist
Distro:
Anno: 2016

Un inguaribile ottimismo ci ha permesso di tradurre l'addio di Abbath agli Immortal come lo sdoppiamento di una delle proprie band preferite, un po' come i Rhapsody, se a qualcuno piacciono ancora. In pratica il musicista norvegese - stando ai suoi ex compagni e ora nemici - avrebbe cercato di registrare a suo nome logo e musica, per estromettere Demonaz e Horgh, ma gli sarebbe andata male perché dei testi e dei titoli delle canzoni non ha scritto neanche una parola e la musica è stata attribuita agli Immortal come gruppo, quindi la controversia sorta in seguito è stata risolta in suo sfavore. Ma su queste pagine si fa parlare la musica: il qui presente 'Abbath' (mai motivo migliore per intitolare il disco come se stesso) esprime un grande senso di libertà e di riaffermazione del proprio io. Egoismo, potrebbero dire alcuni, visto che Abby mette oltre al nome anche il suo faccione in copertina. In questa impresa, prima per Season of Mist, si è fatto aiutare da King ov Hell al basso e da Kevin Foley dei Benghted, qui misteriosamente chiamato Creature. Non possiamo dire che si tratti di un alla star band, e poco ci mancherebbe... Se Abbath non fosse la sola star su cui sono puntati tutti i riflettori. Dimentichiamoci il piatto e debole 'All Shall Fall', qui si va finalmente oltre la pagliacciata, è palese che il black metal di un album che esce nel 2015, per un'etichetta grande e in questo modo plateale non ha niente da spartire con quello di vent'anni fa. Ma non siamo qui per dire se "si stava meglio quando si stava peggio", perché siamo sicuri che i gruppi di allora avrebbe sacrificato a Bafometto madri e sorelle per avere un disco che suona anche lontanamente come questo 'Abbath'. Chi si aspettava un ritorno alle origini sarà stato bruscamente riportato alla realtà dall'epica e battagliera canzone iniziale, "To War!", di nome e di fatto. Tanta varietà caratterizza i brani, che vanno dal mid tempo alla mitragliata di blast beat di cui gli Immortal sono i maestri, passando per la atipica "Count The Dead", la cui prima metà è un omaggio ai Motörhead e al loro stile. Lemmy ne sarebbe orgoglioso, visto che si tratta del pezzo migliore. Altro punto forte della release è l'estrazione non prettamente black del batterista, che appunto suona come sa - in maniera impressionante, andare ad ascoltare 'Asylum Cave' dei Benighted, prego - e riesce a dare un tocco esotico al tutto. Se ci aggiungiamo che il songwriting ha sempre quel retrogusto thrasharolo, come Abbath ci ha insegnato da 'Sons Of The Northern Darkness', possiamo ascoltare delle cose niente male e soprattutto non banali (la parte centrale di "Endless", ad esempio). Per chi vuole gli Immortal, c'è "Ashes of The Damned", che scatena la tempesta di neve quasi come ai bei tempi... Peccato che ci siano dei tamarrissimi fiati/tastiere verso il primo minuto a rovinare il tutto. In definitiva Abbath suona bene, compone ancora pezzi discreti e soprattutto è capace di mettersi ancora in gioco, al netto di riff che a volte si ripetono in più occasioni. La grande assente è l'atmosfera del classico disco black metal, ma questo era in preventivo, ci siamo rassegnati dopo qualche secondo di ascolto. Per quello ci sono i Mgla.

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