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WOSLOM: Evolustruction

data

05/08/2013
80


Genere: Thrash Metal
Etichetta: Unsigned
Distro:
Anno: 2013

Quando è il caso di cospargersi il capo di cenere, lo facciamo con dovuto rispetto per la band verso cui il giudizio è stato troppo avventato, a maggior ragione quando abbiamo sottovalutato la portata di un fenomeno. Nella fattispecie, avevamo lasciato i Woslom con una istantanea che poco si addiceva alla complessità della loro proposta. In effetti, un singolo non dice assolutamente nulla, è sul full length che riusciamo a dare un giudizio più pieno. Il gruppo brasiliano allora esce ingigantito dalla seconda prova sulla lunga distanza. 'Evolustruction' è uno dei migliori dischi thrash di questo periodo. Mentiremmo se dicessimo che ce l'aspettavamo. Insomma, la titletrack -che già avevamo avuto modo di ascoltare in precedenza- è solo la punta dell'iceberg, nonché tra i brani più leggeri del lotto (un po' come la canzone che dà il nome a 'Violent Revolution' dei Kreator). Eppure già la sua struttura non è così canonica. Il resto è tutta un'altra musica. Tra gli ultimi che avevano capito come fondere tutte le varie correnti del thrash c'erano i pazzi Reign Of Fury, qualche mese fa. Ci ritroviamo ora catapultati in Brasile, ad un bivio, quello della copertina dell'album: ve la sentite di prendere la destra? La "retta via" è sulla sinistra, all'opposto l'aria si fa pesante e i mostri della mente vengono fuori. Un album completo ci obbliga ad andare di lì, non siamo in grado di opporre resistenza. I Woslom hanno battuto i Metallica sul terreno, scivoloso e impervio, di 'Death Magnetic': ne ritroviamo i brani sui sei minuti che scorrono come se davvero non sapessimo quale sarà la prossima mossa della band dopo il riff che stiamo ascoltando. Ordine, innanzitutto, quello che è mancato ad Hammet; precisione e inventiva, quello che Ulrich manca da un bel po' di tempo. Qui ci sono, come anche una produzione che fa sembrare i Nostri una all star band del thrash, ma non solo. Le vocals sono talmente varie che non possiamo non scorgere James Hetfield, Chuck Billy, alcune puntate più aggressive quasi death, addirittura Peavy Wagner dei Rage. Ci sembra marcata l'influenza sulla struttura dei brani da parte della band tedesca, cosa buona e giusta. Non c'è una nota fuori posto, non abbiamo davvero nulla da ridire sulle sfavillanti corse solistiche dei chitarristi: "Breathless (Justice's Fall)" lascia appunto senza respiro con quegli assoli che potrebbero stare benissimo in uno degli ultimi dischi dei Machine Head. "Purgatory" ha un arpeggio che può richiamare "In My Darkest Hour" dei Megadeth, lo sviluppo è tutt'altro però, visto che è il pezzo più cadenzato del disco. Si tratta della classica uscita di cui parleresti ore, perché se all'inizio ti stupisce, poi man mano le varie meraviglie al suo interno ti sembrano così familiari che le dai per scontato, quando in altri album del genere non abbiamo tutta questa ricchezza.

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