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WINTERSUN: The Forest Seasons

data

19/07/2017
80


Genere: Symphonic Epic Extreme Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Distro:
Anno: 2017

La perversione segreta di molti metallari, la goduria dietro la vergogna e la ammirazione sfrenata, comunque vada, per uno dei progetti più in vista degli ulltimi anni: i Wintersun. In essi ci sono musicisti il cui background è tra le cose più divergenti che si possano immaginare sulla faccia della Terra, a parte un partito politico che riunisce vecchi comunisti e democristiani. Attorno alla mente sopraffina di Jari Maenpaa, il cui nome campeggiava in modo abbastanza grezzo anche nella copertina dell'esordio del 2004, troviamo di tutto e di più. Egli stesso venva dagli allora imprescindibili Ensiferum, ma con esperienza nel black metal degli Arthemesia a metà anni Novanta, così come il batterista -forse il più impressionante- che ha suonato nei trucidi demo dei Cartilage e poi nei Rotten Sound e Swallow The Sun, e ultimamente nello struggente album dei Trees of Etermity della compianta Aleah Stanbridge, ma non dimentichiamo anche l'ex bassista di Norther, Cain's Offering e Amberian Dawn. Vi chiedevate come facevano i Wintersun a coprire quasi tutto lo spettro del metal? Eccovi serviti. Dovrà essere un problema ogni volta mettersi d'accordo su cosa, come e quanto suonare. Per questo cinque anni di attesa da 'Time I' sono l'adeguato dazio da pagare. Le fazioni di fanboy e hater si sono sostanzialmente fronteggiate fino alla morte, da un lato la lode sperticata alla magnificenza e alla ricchezza di suoni dei Wintersun, dall'altro queste stesse caratteristiche e la spesso totale assenza di strutture tipiche da canzone metal sono state viste come una presa in giro, che potevano far presa solo sui mammalucchi. Poi magari scopri che i critici ascoltano i Sunn O))) e pensi che l'uomo non è esattamente l'essere più coerente del pianeta, ma ha gli strumenti per esserlo, egli vuole essere contraddittorio. I Wintersun invece è dal primo album che sono affascinati ai limiti dell'ossessione da tematiche come il tempo che passa e il cambio delle stagioni, ed oggi dedicano a queste -come se fossero dei novelli Vivaldi- il nuovo 'The Forest Seasons', ispirati appunto dal mutamento degli alberi e dei colori di un boschetto accanto alla casa di uno di loro. Fortunati che lì vicino non c'era una discarica, avremmo avuto un disco dei Municipal Waste (ah-ah). In realtà nell'omonimo le canzoni c'erano e come, solo che erano una semplice -si fa per dire- e non ancora compiuta miscela di Ensiferum, Norther e Children of Bodom. Le cose erano cambiate radicalmente con 'Time I', in cui i Nostri avevano scoperto l'orchestra, riempiendo tutto di sinfonie, tanto da diventarne il tratto caratteristico. Melodie tradizionali folk/pagan suonate con la grandiosità da kolossal dei Rhapsody, il metal è un po' bistrattato e se non ci fosse la batteria tutto sommato non sarebbe cambiato molto. In fondo non si va, è gran bella goduria per le orecchie in HD, che resta in superficie e non si sedimenta. Adesso siamo davanti a una salvifica rivoluzione. A prescindere dalla stagione in cui ci si trova, è tutto molto più cupo, metallico ed estremo. I Moonsorrow e gli Enslaved vengono alla mente in alcuni punti, giudicate voi se sia un bene o un male. E poi ovviamente quegli Ensiferum dei primi due album,con aggiunta di una produzione molto possente, seppur non perfetta nell'amalgama generale. Ascoltare i Wintersun senza tanti giri di parole, con riff ben impostati, che vanno dal power al symphonic black, con una struttura delle canzoni più concreta, è un sogno che diventa realtà. E come spesso accade i miei sogni sono gli incubi di molti altri, e in questo caso tutti gli osannanti di 'Time I' rimarranno molto delusi. 'The Forest Seasons' è molto più tradizionale e meno presuntuoso e pretestuoso del suo predecessore, anche se è tutto relativo perché parlare di ridimensionamento rispetto a brani di dodici e quattordici minuti mi sembra un po' eccessivo. E tutte le sinfonie? Ci sono, ma non protagoniste indiscusse come in 'Time I', bensì organicamente integrate. Dal punto di vista della qualità dei suoni di tastiere siamo davanti a un peggioramento, non dico che siano arrangiamenti amatoriali o pessimi, ma il downgrade si sente. Io lo giustifico e lo considero non determinante perché stavolta i Wintersun mi hanno soddisfatto, stupito e conquistato sugli altri fronti, perché essenzialmente mi hanno fatto un gran bell'album metal, a tratti progressivo e a tratti folkloristico, a tratti sinfonico e a tratti epico. Sentitevi l'inverno, non li riconoscerete come i vecchi Wintersun. Non è la colonna per un giochino fantasy per smartphone. Jari ha comunque vinto perché riuscirà a far parlare di sé e a dividere trasversalmente le fazioni di cui parlavo sopra. Faccio ufficialmente outing: adesso mi piacciono i Wintersun e galeotto fu il loro terzo album. Ora appuntamento al Brutal Assault sperando che facciano solo le quattro stagioni.

[certo che il trailer di trenta secondi su una canzone da un quarto d'ora è una presa per i fondelli niente male]

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