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ULSECT: Ulsect

data

20/05/2017
80


Genere: Post Death Metal
Etichetta: Season of Mist
Distro:
Anno: 2017

Avete presente quel video in cui c'è Di Battista che ripete in loop "belli, belli"? Vi do una mano. Entra in circolo dopo qualche decina di secondi. C'è lussuria idealista nel tono di voce. Ora posso dirlo: anche gli Ulsect sono belli, belli, belli, belli. Evidentemente gli olandesi hanno deciso di colonizzare il mondo, in particolare quelli che girano attorno alla cricca dei Dodecahedron, che con gli Ulsect hanno due membri in comune. Avrei voluto dire che si sente l'influenza dei Texture, essendoci anche l'ex bassista, ma no, non direi proprio. Ulsect, in inglese si leggerà anche in modo abbastanza simile a Alcest, ma bisogna piuttosto citare gli Ulcerate. Loro sì che sono una pietruzza di paragone. Ma in questo debutto omonimo non c'è contorsionismo, complicate arzigogolazioni apocalittiche come nel recente 'Shrine of Paralysis', bensì una stupefacente chiarezza espositiva nella pur presente complessità musicale. Come per i Gorguts prima di 'Colored Sands'. É tutto qui, sembrano dirti gli Ulsect, eppure in quaranta minuti scarsi escono fuori sempre nuovi motivi per un altro ascolto. "Belli, belli'. Il segreto è aver preso le distanze dagli eccessi, aver concentrato le forze su un obiettivo raggiungibile e averlo centrato in pieno. In soldoni: dura il giusto per non annoiare o far fondere il cervello, scorre senza intoppi o brani di un quarto d'ora ed ha una produzione molto particolare. Come modalità di svolgimento del tema e come mezzi utilizzati, non si va lontani dai Dodecahedron. I riff sono fitti banchi di nebbia, una coltre elettrica che spesso si stratifica e in un'organizzazione dalle trame fortemente dissonanti: la band non punta sul loro muto spessore, ma sulle conseguenze del loro passaggio, sempre diverso da canzone a canzone. Perché è importante capire il peso di una "Fall To Depravity" in cui si sentono i rantoli dei Meshuggah mentre vengono sciolti nell'acido, gli arpeggi raschianti di "Diminish" che si infrangono su una specie di blast beat rimbalzanti e confrontare entrambe con le strutture apparentemente più classiche di "Unveil" e quelle da universo parallelo delle conclusive "The Ending"/"Maunder". Ogni dettaglio è pesato al grammo e porta l'ascoltatore a non affaticarsi se non quando il disco è terminato: esaltazione irrefrenabile e spossatezza improvvisa, che spingono ancora a ripetere l'esperienza. "Belli, belli", giovani e con possibilità di migliorare ancora, esattamente come Départe e Zhrine.

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