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U.D.O.: Steelhammer

data

29/05/2013
67


Genere: Heavy Metal
Etichetta: AFM Records
Distro:
Anno: 2013

Non nascondiamo di essere partiti prevenuti riguardo a questa ennesima uscita degli U.D.O.. Chi scrive ebbe l'opportunità di essere praticamente iniziato al metallo dal tarchiato cantante e dalla sua band, visti dal vivo diversi anni addietro, ma non possiamo certo dire di essere soddisfatti degli album studio dell'ex Accept. Se andiamo a spulciare nella consistente discografia, i dischi da avere sono quelli di almeno quindici anni fa e da allora si è ripetuta la formula, sempre più stanca, sempre più ripetitiva, dell'heavy metal di matrice teutonica, e nei peggiori brani di una versione rinforzata degli AC/DC. I brani di punta (un paio, al massimo) delle ultime release sono rimasti sempre in scaletta giusto il tempo di arrivare ad incidere altre canzoni. Poi, largo ai cavalli di battaglia della vecchia band di Udo e Kaufmann. 'Dominator' e 'Rev-Raptor' erano semplicemente mediocri, mentre dall'altro lato della barricata i riformati Accept davano alle stampe due lavori che -fidatevi- ricorderemo ancora tra diversi anni. Doveva cambiare qualcosa, altrimenti la pensione sarebbe stata l'unica via. Il fulmine a ciel sereno è servito: i due chitarristi lasciano entrambi a distanza di poco tempo, rimpiazzati da un russo e da un finlandese. È una rinascita? O Udo e i suoi non sono che una macchietta nel mondo heavy metal? 'Steelhammer' è la risposta a tutto ciò. Se la copertina sa di Judas Priest d'annata, con quelle forme spigolose, la sostanza è un potente concentrato di metal tonante e in tutto e per tutto fedele a Udo, ma non al passato recente della sua band. Qui sta il punto di forza della release. I nuovi innesti hanno variato le coordinate, muovendole sensibilmente verso il moderno. Forse è perchè al songwriting ha partecipato anche il buon Fitty stavolta, ma si sente che qualcosa è cambiato. Naturalmente il mattatore della scena è il piccolo cantante, che solo di striscio vede gli anni che passano, tanto condisce con grande passione le canzoni con le sue vocals ruvide e arcigne. Abbiamo però sottolineato che senza l'apporto in sede ritmica e solista delle asce saremmo stati a parlare dell'ennesimo disco piatto. Se i riff non sono sempre immediati come quelli di Gianola/Kaufmann (almeno i primi lo erano, poi sono diventati scontati), sentiamo come si predilige un approccio meno aggressivo in diversi punti, per sviluppare un discorso più ampio che vede coinvolta tutta la canzone. Intendiamo dire che era davvero da molto tempo che non avevamo assoli così ispirati e collegati molto bene con i vari motivi delle canzoni. Nella rocciosa titletrack abbiamo un ritmo segmentato e Jovino alla batteria tritura tutto tra cassa e rullante, mentre il mid tempo di "A Cry Of A Nation" non è clamoroso e dà vita a diverse sensazioni di già sentito. Niente di clamoroso, ma le vere martellate iniziano con la insistente "Metal Machine" con ritornello riuscitissimo a differenza del riff portante e "Basta Ya", in spagnolo e con la partecipazione del cantante dei Warcry. Le sorprese sono "Devil's Bite" condita da effettucoli elettronici che diversificano la portata (comunque tra i migliori brani dell'album) e la ballata con pianoforte "Heavy Rain", moscia come la conclusiva e strana "Book Of Faith". Seconda parte dell'album molto superiore, in cui la classica proposta degli U.D.O. trova quasi nuova vita, tra inni al metallo pieni di detonazioni varie e concessioni alla melodia, anche vocale. Non una vera e propria resurrezione, ma torna alla mente la forza dirompente che ci fece appassionare a certe sonorità.

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