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TSJUDER: Desert Northern Hell [reissue]

data

05/03/2013
87


Genere: Black Metal
Etichetta: Season Of Mist
Distro:
Anno: 2004 - 2013

Entità nerissima e apparentemente abbastanza tipica del panorama black, gli Tsjuder saranno ricordati negli anni a venire -a meno che non ci sia una nuova opera magna- per questo dischetto di nove anni fa. 'Desert Northern Hell' è ancora attuale e imitatissimo, tanto che se dovessimo scegliere un album che ha segnato la scena black metal classica degli anni Duemila questo sarebbe senz'altro uno dei pilastri. Al netto -bisogna sottolinearlo- delle nuove tendenze all'interno del genere: una delle caratteristiche di questi norvegesi è la purezza rispetto ai vari altri lavori che uscivano in quegli anni (i "nuovi" Satyricon con l'industrial, Darkthrone punkettoni, Immortal più thrash e così via). Lo spirito è quello originario, quello che ti spinge a mettere la band in copertina, in bianco e nero, in una posa tra il demoniaco e il comico: se è una ciofeca di disco, ti derideranno per sempre; se è qualcosa di indimenticabile, si passa sopra a tanti orribili artwork e sei negli annali del metal. Come in questo caso, del resto. La ristampa in questione richiama giustamente all'attenzione i sedicenti blackster: o ce l'avete in prima stampa o è l'occasione per fare vostra una perla nera e vomitata dal punto più profondo dell'inferno. Il tributo ai Bathory con "Sacrifice" è poco indicativo, i basilari Gorgoroth dei primi dischi sono trasportati in una dimesione parallela, in cui sembra che dei demoni li abbiano posseduti per delle sessioni di registrazione. La differenza tra le band è sensibile, con gli Tsjuder vocalmente più vicini ad Abbath o ad Hoest dei Taake e capaci di strutturare brani lunghi e inarrestabili, come se gli Immortal non avessero perso Demonaz e avessero continuato a tenere un profilo "grim and frostbitten". L'anima di tenebra che resuscita i Celtic Frost di una volta pervade tutto l'album, senza citarli direttamente, ma "Mouth Of Madness" va addirittura oltre, con citazione doverosa del classico "uh!" in apertura. In otto minuti si riesce a impiantare Tom G. Fisher in Norvegia, figuriamoci negli undici di "Morbid Lust"... Si brucia tra le fiamme della lussuria, l'apoteosi di una band che -finora- non è più riuscita a eguagliare lo splendore di 'Desert Northern Hell'. Lo si sente nei tre pezzi live, tratti dagli altri dischi: non tengono come questi, sono meno convincenti, soprattutto quelli lunghi.

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