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THE CHARM THE FURY: The Sick, Dumb & Happy

data

02/05/2017
58


Genere: Groove Modern Metal
Etichetta: Arising Empire
Distro: Nuclear Blast
Anno: 2017

Una volta, lodando il grandissimo debutto dei The Charm The Fury, avevo detto ad un amico che piacendomi i Bring Me The Horizon e quasi tutti i gruppi che girano attorno a quel sound, anche gli olandesi non potevano non essere di mio gradimento. Ecco, 'The Sick, Dumb & Happy' arriva come un fulmine a ciel sereno per demolire le mie convinzioni, per incendiare il mio castello di carta. Sembra quasi un gruppo diverso dal disco del 2014. Da Listenable a Arising Empire il salto è bello grosso, si parla sempre di distribuzione Nuclear Blast in tutto il mondo. I Nostri cambiano volto, e la copertina da stupido (in senso buono) metalcore dei primi Duemila è totalmente fuorviante. In sede di produzione si è compresso e assottigliato un po' troppo il suono delle chitarre, che risultano abbastanza deboli e questo è uno dei difetti più evidenti. Il cambio di genere, con un piglio assolutamente meno "core" è più grooveggiante poteva significare crecita decisiva, ma a conti fatti è solo una crescita interrotta. Ci sono tante tracce di Pantera e Machine Head, così come degli Slipknot più melodici, anche se non emerge la cosa più importante: la convinzione. Sento di tutto qui dentro, anche avvicinamenti a cose in passato impensabili se non per gli ascoltatori più superficiali, anche uno stile di canto pulito della Westendorp che migliora molto, ma si lascia ammaliare da atmosfere nello stile dei The Agonist e ultimi Within Temptation (la ballata "Silent War"). Manca però il flusso di idee, la direzione univoca verso un fine comune, la scorrevolezza che aveva impreziosito 'A Shade Of My Former Self'. "Down On The Ropes" è violenza allo stato puro, una mattanza che fa ben sperare, poi però non si riesce a replicare quell'intensità, se non in pochi altri episodi, la perdita di personalità ("Echoes" e "No End In Sight", diversissime eppure affette dallo stesso male) e riff poco coinvolgenti quando invece avrebbero potuto sfruttare una atmosfera più oscura ("Blood and Salt"). C'è anche spazio per un tributo scolastico e senz'anima ai Devildriver della prima ora in "The Future Need Us Not". Oltre al problema delle chitarre, che comunque sono pienamente metal, si può rimanere un po' delusi dal batterista col freno tirato in quanto a velocità e alla creazione di ritmiche abbastanza semplici e scarne. Ci sono vuoti negli arrangiamenti dei brani, come se non ci sia collante sufficiente tra strofe e ritornelli, e va ancora peggio quando questi finiscono trascinati per troppo tempo senza alcun motivo. Un vero peccato.

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