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Surrender Of Divinity: Manifest Blasphemy: The Abortion of the Immaculate Conception

data

13/03/2012
70


Genere: Black
Etichetta: From Beyond Productions
Distro:
Anno: 2006

Come cambiano i tempi! L'altroieri ti stupivi se un gruppo veniva dalla Norvegia o dalla Polonia e lo etichettavi come "esotico", andava a finire che te lo facevi piacere per forza, per qualche strana logica di razzismo inverso, proprio perchè straniero. Oggi fortunatamente siamo bombardati da proposte musicali da ogni angolo del mondo, anche il più sperduto ha la caratteristica band di culto, dall'America Centrale al Medioriente, dal Giappone alla Tanzania. Col senno di poi una buona metà dei gruppi che vedevamo come alieni e intoccabili si sono rivelati assolute accozzaglie di rumori, oggi fortunatamente con l'esperienza possiamo distinguere i die hard fans che si improvvisano musicisti e musicisti capaci di tenere in mano gli strumenti e meritevoli di supporto, che si concretizza in una simbolica pacca sulle spalle o nella richiesta intercontinentale di un disco. Quello che non manca in queste produzioni è la passione, che spesso sfocia in una incontrollabile rabbia, invero ingenua, che riporta l'ascoltatore occidentale al 1987 e a lavori tutti muscoli come 'Scum' o 'Scream Bloody Gore'. Tutto questo per dire che tailandesi 'Surrender Of Divinity' avrebbero bisogno di un buon dottore, anzi di un veterinario, tanta è la loro agitazione ferina. Ma in fondo sono umani anche loro. Dietro al muro impenetrabile generato dal mastodontico lavoro di batteria che aggiunge sempre un tocco in più a quello che sarebbe un ritmo canonico (molto originale il suono nitido di cassa e rullante per una black metal band e disturbanti i piatti nei momenti più lenti), fa capolino un chitarrista truccato in classico corpsepaint che si presenta in sala prove dopo la sua dose quotidiana di Darkthrone prima maniera e convince il cantante ad inserire il classico UH! di Hellhammeriana memoria. Un punto a favore dell'album è una certa dose di thrash tedesco anni '80, quello che più si avvicina al black per intenderci, frangenti in cui si sente (!!!) addirittura il basso e le chitarre si fanno intellegibili. Cinquanta minuti e rotti di massacro conclusi da una "Christ Passion" che non impallidisce davanti all'originale dei Sodom, ma si prostra addirittura ai suoi piedi, riconoscendone la manifesta superiorità. Quasi un'ammissione della loro dimensione strettamente di culto, ce l'hanno messa tutta (le nostre orecchie sanguinanti l'hanno notato), ma gli idoli sono proprio di un'altra dimensione. Non a caso non ci sono canzoni che impressionano più di altre.

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