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SOULFLY: SAVAGES

data

27/10/2013
45


Genere: Groove Thrash Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Distro: Warner
Anno: 2013

Quando si preferisce la quantità alla qualità, prima o poi arriva la vaccata e stranamente questa cosa l'ha fatta uno che ci aveva abituato decisamente bene: il signor Massimiliano Antonio Cavalera, paisà figlio di un funzionario italiano che lavorava in Brasile, aveva decisamente compiuto pochissimi passi falsi nella sua carriera, e laddove si era accorto di stagnare in acque melmose - leggi intorno alla metà dello scorso decennio - si era prontamente risollevato, disponendo a suo piacere dei Soulfly, sempre più simili come struttura agli Annihilator di un altro leader maximo, Jeff waters, risollevandoli con nuova linfa sia a livello di line up con l'ingresso di Tony Campos degli Static X al basso e di David Kinkade - ex Borknagar - alla batteria, sia a livello di songwriting. Difatti, il precedente 'Enslaved' è quanto di più vicino a quanto fatto in passato con la sua band per eccellenza, e non stiamo qui a dire qual é, ed altre amenità su reunion o riappacificazioni che non succederanno mai - almeno fino a quando i contendenti non finiranno i soldi... - , ma ecco che il maggiore dei fratelli terribili decide che la famiglia viene prima di tutto, e fa sedere il figlio Zyon dietro al seggiolino che fu anche di Roy Mayorga. La puzza di bruciato comincia così a sentirsi, ma l'incendio si scatena quando ci si accorge che il nono album dei Soulfly non solo è quello con la copertina più brutta, ma anche quello a livello musicale più scarso e piatto; il pargoletto è ancora troppo acerbo e la sua staticità è evidente lungo tutto l'album, il riffing di Max è insipido e stranamente monocorde, l'inventiva di Marc Rizzo si sente solo a sprazzi, probabilmente gli mancano quelle atmosfere folkeggianti che si porta dai tempi degli Ill Niño, e Tony Campos è un onesto mestierante, nulla più. Sono troppi i brani mosci, dalla ridicola "Ayatollah of Rock ‘N’ Rolla", alla trascurabile "Cannibal Holocaust", che se non fosse per la citazione del film girato dal maestro Ruggero Deodato, sparirebbe come il ghiaccio all'equatore; non ci si deve fermare quindi al buon esordio di "Bloodshed", che nonostante la lunghezza ci presenta la band ispirata, perchè da subito la suddetta ispirazione viene meno e non serve la produzione fragorosa di Terry Date ad evitare il disastro di pezzi che non lasciano tracce di passaggio come "This Is Violence", cattiva solo nel titolo, e la confusionaria "Spiral", per non parlare della chiusura affidata ad uno zero di creatività come "Soulfliktion". Di questa stregua le bonus presenti sulle diverse edizioni limited diventano dapprima un prolungamento della sofferenza nell'ascoltare tanta pochezza, e poi un'inutile ulteriore spesa; chiamarsi Cavalera non è necessariamente sinonimo di buona musica, meditate gente, meditate...

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