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SELCOUTH: Heart Is The Star Of Chaos

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20/07/2017
85


Genere: Avantgarde Metal
Etichetta: I, Voidhanger Records
Distro:
Anno: 2017

Improbabile trait d'union tra Argentina e Francia? David Trezeguet lo era, amici calciofili. Ma non è di lui che sto parlando perché nel nostro discorso ci sono anche Finlandia, Spagna e Russia. In una parola: Selcouth, un affollato progetto di purissimo intelletto che irrompe nelle insonni notti estive per ridefinire il senso dell'incubo (o del sogno?) e all'avanguardia. Ci sono membri di Smohalla, Stagnant Waters, Pryapisme, Fixions, As Light Dies, Aegri Somnia, Monje de Fuego e Khanus. Come dite? Mai sentiti? Avete proprio ragione, neanche io avevo mai avuto a che fare con questi gruppi, che ho opportunamente copiato dalla mail promozionale per mero dovere di cronaca. È un periodo che va così. Uno sguardo su I, Voidhanger e puff, ti sconvolgi la testa per settimane. E pensare che altrove (Relapse) ci si perde in operazioni al limite della cover band, tipo con gli Expulsion e i Gruesome. Ma è un'eresia nominare sta robaccia nel regno dell'imprevedibilità, nel luogo in cui si celebra il risultato stellare partorito da una carovana di musicisti che si imbarca su 'Heart Is The Star Of Chaos' per sopravvivere al diluvio universale della musica di merda. Il cuore è il punto nevralgico dell'irrazionalità, e qui ce n'è in abbondanza, sia di cuore che di irrazionalità. Tutto è a fuoco, perfettamente organizzato nella sua impazzita e multiforme natura, e questa è un po' la differenza maggiore con l'altro disco impegnativo di questo periodo, quello degli In Human Form, ancora un po' immaturi. Gli strumenti sconttano, fumano, si fondono, dipingono fosche atmosfere jazzate che trascendono i generi con palpitazione e sentimento. È una continua evocazione di visioni. Ecco i Tool scottati con lo spirito cosmopolita dei Solefald e degli Arcturus, ecco l'opulenza generale e la teatralità di certe linee vocali che si deformano fino a farci impattare contro il ghigno storto di Devin Townsend o almeno dei Vulture Industries. Non è un semplice album, ma un asso pigliatutto che raccoglie le più disparate influenze musicali dal Nord America al Medio Oriente, dal teatro dell'opera al conservatorio. Convivono vocalizzi alla King Diamond e atmosfere tanto raffinate da far venire in mente un brillantinato Mike Patton che canta sopra gli Shining norvegesi. Una lunga serie di amplessi in giro per il mondo al costo di un miserrimo compact disc: non c'è trucco, non c'è inganno, basta essere solo un bel po' fuori di melone.

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