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RAM ZET: Freaks In Wonderland

data

15/03/2012
78


Genere: Avantgarde
Etichetta: Buil2Kill Records
Distro: Nadir Music
Anno: 2012

Diciamocelo, gli ultimi due dischi dei Ram-Zet erano formente perfetti, i norvegesi avevano fatto quadrare quei pezzi di otto minuti che agli esordi facevano scappare più di qualche sbadiglio, ricoprendo il loro sound camaleotico e schizofrenico di una densa colata metallica che ha conferito forma e vigore inatteso. Allo stesso tempo, però, è avvenuta una grigia omologazione che non crediamo fosse negli obiettivi degli scandinavi, catapultandoli nel calderone del metal potente, ma senz'anima. Colpito nell'orgoglio, il mastermind Zet (cantante, chitarrista, unico songwriter della band) ha deciso di tornare alla primigenia attitudine in cui tutto era relativo, e si potevano sovrapporre gli stili più disparati per produrre una originalissima miscela 100% Ram-Zet. La rinnovata fiducia della propria indole di band atipica, sommata all'esperienza di un decennio, ha come risultato il disco più ambizioso dei nostri in cui davvero hanno allargato il range di influenze al di fuori della soglia della semplice contaminazione, andando a pescare nell'humus sempre fertile della sfacciata teatralità propria dei film di Tim Burton, e in squallidi campi rom da cui hanno scippato tzigane melodie di fisarmonica. La linea di chitarra principale della opener è raggomitolata in se stessa e ci vogliono diversi ascolti per assimilarla, mentre il break acustico è assolutamente da incorniciare, un fulmineo viaggio in lidi prettamente progressive. Ma la cosa che colpisce di questo manipolo di folli è la loro totale estraneità al mondo gothic, tanto sono lontani dallo stereotipo "cantante donna=gothic metal", che pur avendo ben due donzelle in formazione rifuggono questo melenso pericolo andando a cimentarsi in parti black metal degne dei primi Cradle Of Filth. Forse in "The Sign" c'è una tentennamento del complessivo equilibrio che cede il passo a una ossessiva ripetizione vocale, e ad una seconda parte del pezzo che sembra composta dall'ex Dimmu Borgir, Mustis, tanto è epica e trionfale. La più oscura e lenta del lotto è la suite di chiusura, veemente e interpretata con un climax crescente di pathos che esplode poco prima del termine lasciandoci una grande prestazione della giunonica Sfinx. Dieci minuti conclusivi densi, ma paradossalmente i più canonici di questo 'Freaks In Wonderland', titolo che descrive perfettamente la cangiante natura dell'album.

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