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Procession: To Reap Heavens Apart

data

29/07/2013
75


Genere: Doom Metal
Etichetta: High Roller Records
Distro:
Anno: 2013

Quanto abbiamo goduto col precedente disco dei Procession? 'Destroyers Of The Faith' grondava oscurità da ogni interstizio, e tuttora è uno dei più riusciti album di doom degli ultimi anni. Potete ben capire quindi che le aspettative di chi scrive erano alte, e sentendo il successore qui in esame, con il senno di poi, un po' esagerate. D'altronde basta guardare la copertina di 'To Reap Heavens Apart' per comprendere come la distanza dal predecessore non sia soltanto nominale, bensì concettuale e sostanziale. Beninteso, pensiamo sempre che i ragazzi cileni siano una delle "next big thing" del doom, ma il passaggio da Doomentia a Pure Steel ha fatto in modo che il buio tetro di cui ci nutrivano in precedenza si ammantasse di una maggiore aura di classico. Un riavvicinamento pressoché totale alle radici del genere, verso Candlemass (si guarda soprattutto a loro, segnatamente col cantato alla Marcolin/Lowe, comunque più pulito), Pentagram e Trouble. Il che non vuole assolutamente dire che il disco sia un fallimento, anzi, semplicemente non rende giustizia a chi ha conosciuto i Procession nel loro viaggio precedente agli inferi. A chi non vuole perdere tempo dietro ai nostri pareri consigliamo l'ascolto della prima traccia dell'album, con l'avvertimento che, nonostante sia semplicemente poco più che un'introduzione, il riffing è già superbo e funge da riscaldamento per le successive composizioni. Il basso che si aggroviglia seguendo la chitarra, in modo teatrale e appassionante, costante poi dell'intero album. Altre band, in breve, non avrebbero utilizzato delle idee in questo modo, i Nostri non buttano nulla e basta andare avanti con l'ascolto per rendersene conto. Il che, sentito il cappelletto iniziale, non può che essere conseguenza naturale della abilità smisurata di questi ragazzi per atmosfere degne delle grandi band europee. Morboso, impeccabile dal punto di vista formale, un po' meno ambizioso di quanto potessimo aspettarci, qualche lungaggine di troppo ("The Death Minstrel", ma il poema di Rainer Rilke recitato all'interno la nobilita), in ogni caso un concreto modo per affermare che anche senza '13' i fan dei Black Sabbath sarebbero stati soddisfatti per altre vie.

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